All'Unesco dovremmo essere grati se non altro perché quello dei patrimoni dell'umanità è uno dei pochi terreni su cui riusciamo a dare dei punti sia alla Francia, sia alla Germania: 50 contro 39. Malgrado gli sforzi profusi, va detto, a piene mani, pare dunque che non siamo riusciti ancora a imbruttire del tutto il Bel Paese e che qualcosa si salvi. Lo proverebbero, oltre alla lista dei beni già ora protetti, la lunghissima tentative list che riunisce le nostre speranzose candidature: una quarantina nel complesso. Ma forse ancora più incoraggiante è scoprire che altre candidature si agitano nel Paese, fra cui quella del Lago di Garda. Il primo appello a favore del Benaco è risuonato due anni fa dalle colonne di questo giornale con le parole di Massimo Tedeschi, che domenica è tornato sull'argomento, illustrando i passi in avanti finora compiuti e invitando bresciani e lombardi a fare quadrato intorno alla prestigiosa candidatura. Una proposta del genere fa del bene alla destinazione anche se non dovesse risultare vincente, in quanto serve a promuovere una riflessione sullo stato dell'arte. Quali sono i valori ambientali, storici e antropologici che caratterizzano inconfondibilmente il Garda? In che misura si sono salvati e quanto sono protetti i luoghi che li testimoniano? Bisogna cominciare con il riconoscere che, a causa di un'antropizzazione poco rispettosa, la situazione di insieme non è molto confortante. Però esistono delle isole felici di inconfutabile bellezza. Basteranno? L'Unesco ha rifiutato di accogliere i vigneti della Valtellina per le riprovevoli condizioni del fondovalle, ma lascia sperare il fatto che, riconoscendo nel 2009 le Dolomiti, ha individuato nove aree di eccellenza, disponendo una protezione a macchia di leopardo impegnata a valorizzare il meglio del territorio. Qualcosa di analogo potrebbe ripetersi anche sul Benaco, dove l'Unesco potrebbe riconoscere e premiare, là dove felicemente sopravvive, il modello gardesano di integrazione tra uomo e lago. Il rischio maggiore di simili iniziative è di venire intese come semplici bollini, alla fine funzionali a lucrose operazioni di marketing. In realtà l'avallo Unesco premia il lavoro già fatto e impegna la comunità a operare in modo qualificante per il futuro. Le difficoltà che stanno incontrando i nostri vicini delle Dolomiti testimoniano come una scarsa condivisione da parte della base riduca i vantaggi del marchio e rischi di comprometterne il mantenimento. Per questo è indispensabile che tutti esprimano fin d'ora una forte intenzionalità in vista di questo riconoscimento. Alla fine si saranno impegnati per nient'altro che l'identità profonda del territorio che abitano.