LA DOMANDA è semplice: perché restaurare il cinema? E ne diventa subito cento altre, all'incrocio fra beni culturali, utopia, mercato. Si può pensare di restaurare tutto il cinema di ogni epoca? Ovviamente no, oltretutto la gran parte di quello moderno è già stata inghiottita da deperimento chimicofisico eo incidenti. In fondo meglio così, sennò la cosa prenderebbe una piega da borgesiana "Bibioteca di Babele", nella quale come nella grande illusione di Internet essendoci tutto, finisce per non esserci nulla. E allora bisogna scegliere in base a criteri non diversi da quelli che si usano per l'arte o l'architettura: il valore estetico e quello documentario, di fonte storica. Sui quali difficilmente tutti saranno d'accordo. Poniamo che quell'accordo esista, pura ipotesi, come si recupera un classico a futura memoria? Secondo il gusto cromatico, di luci della sua o della nostra epoca? Ancora: oggi domanda delle domande, chi paga? E vantando quali diritti su strategie, ragioni e finalità del restauro? Sono solo alcune delle cento domande di cui sopra. Alle quali, con l'aiuto di sapide divagazioni storiche l'emblematico destino di Star Wars cerca di dare ordine, più che risposte, l'acuto, limpido saggio di Stella Dagna, che dal 2005 al Museo del cinema di Torino si dedica a restauro e valorizzazione del muto italiano. Chiaro fin dal titolo, Perché restaurare i film? (ETS, pagg. 189, euro 18), lo studio si apre al colto al quale rivela l'enorme complessità sia tecnica che teorica che all'inclita, che vi troverà invece una guida per arrivare alle porte della gigantesca mutazione digitale. Di cui ancora, a partire dai tempi di deterioramento dei file, troppo poco si sa per farci il conto che, fra il magico e l'auto da fè, pubblico e industria paiono farci.