«In Europa c'è una tradizione di pianificazione urbana, ci sono stati re che potevano decidere. E in Italia i problemi sono ancora maggiori» La sua opera sembra quella di uno scultore. Lei si sente più un architetto o un artista? «Ho studiato architettura all'università, costruisco edifici per gente che me li commissiona. Cos'altro sono se non un architetto?». L'architettura di oggi deve solo stupire nel momento che la si vede oppure deve anche durare nel tempo, come nel passato? «Innanzitutto l'architettura deve coinvolgere, deve dare qualcosa. Deve stabilire un feeling con chi ne fruisce. Io dico: deve portare un sorriso dove arriva. Penso a Bilbao, dove la gente è contenta di vedere quel mio lavoro che è riuscito a catalizzare l'attenzione dell'intera città. L'architetto deve tentare di mantenere il sentimento della sua opera nel tempo, proiettarlo nel futuro. Ci deve provare». Che Frank Owen Gehry, quasi 77 anni, sia l'architetto numero uno al mondo sono in molti a sostenerlo. Altri preferiscono piazzarlo «tra i primi cinque». Senz'altro Gehry è il più conosciuto, il più «riconoscibile» attraverso il suo stile. L'architetto canadese divenuto californiano è il Guggenheim di Bilbao, l'edificio-totem dell'architettura contemporanea. Ha tentato di compiere una visita privata, con la moglie, a Roma. Ma la facoltà di Architettura de La Sapienza l'ha intercettato chiedendogli una lezione, anche breve, alla Casa dell'Architettura. L'hanno saputo gli studenti, e davanti ai cancelli di largo Manfredo Fanti è stato assedio. Frank non vuole rilasciare interviste: «Sono vecchio, parlino i giovani». Ma ha l'aria troppo gentile per tenere duro. Come la maggior parte degli architetti, grandi e piccoli, veste di nero. «Ma solo a metà» precisa sorridendo mentre mostra uno sgualcito paio di jeans. Per migliorare una città, per renderla più bella, si deve puntare sull'architettura o sull'urbanistica? «Dipende dalla politica. Negli Stati Uniti l'urbanistica è considerata una perdita di tempo. In realtà non viene praticata: convergono troppi interessi economici per poter razionalizzare, pianificare. Una grande visione d'insieme, sociale, non è praticabile. Direi che è una questione di democrazia: negli Usa vive la "me generation" che non si cura degli interessi generali». E in Europa? Le cose sono diverse da noi? «Qui c'è una tradizione di pianificazione urbana, ci sono infrastrutture rigide. Ci sono stati re e dittatori che potevano decidere come fare una città, anche se ciò che ha prodotto il fascismo in questo campo non mi piace affatto. Per un architetto è più frustrante, e in Italia i problemi sono ancora maggiori: troppi vincoli, troppa burocrazia. Ma qui a Roma, per esempio, credo che sia meglio lasciarsi andare: forse non è così importante costruire un edificio. È meglio pensare a vivere bene». Anni fa il suo progetto per la nuova Posta S. Agostino a Modena suscitò molte polemiche. Cosa progetterebbe per Roma? «Nessuno mi ha chiesto di progettare un edificio in questa città. Non mi va di perdere tempo a immaginare una cosa o l'altra. Per farlo, devo essere coinvolto su un tema concreto, devo innamorarmi di un'idea da sviluppare». Questa città è fatta di millenarie stratificazioni di architettura: come potrebbe innestarsi nel suo centro storico una grande opera contemporanea? «Credo che sia possibile farlo, ma bisogna essere prudenti. Prima di tutto occorre studiare, come faccio sempre, il contesto: storia, cultura, perfino le tradizioni giuridiche cercando di capire quanto più possibile. Poi si può cominciare. Con l'atteggiamento che si ha quando si incontra una persona: bisogna essere gentili, rispettosi, amichevoli». A Roma ci sono i Fori e tante altre aree archeologiche. Devono restare circoscritte o vanno rese aperte alla città? «A questo, francamente, non ho mai pensato. Ora non saprei come rispondere». Per restare sul tema: la Città Eterna, come viene chiamata, può sottrarsi al suo destino di città-museo? «Io penso di sì. Ma lo deve volere fortemente». Qual è l'edificio romano che preferisce? «Ieri ho visitato la chiesa di S. Andrea delle Fratte, un capolavoro. Ma dallo studio del sindaco Veltroni ho goduto della vista dei Fori: fantastico». Cosa ne pensa del Pantheon? «Ha una struttura forte, mi piace». Frank, lei ama essere chiamato per nome: come fa a contestualizzare i suoi edifici così fantasiosi, che sembrano vivere a sé? «Curo molto le proporzioni della mia opera con ciò che c'è intorno». Lei ha uno stile riconoscibilissimo, divenuto perfino popolare. Non teme che, per mantenerlo, possa rischiare di ripetersi? «Da quando progetto non mi sono mai, dico mai, ripetuto. E Picasso, così riconoscibile, lo ha mai fatto? E Matisse? E Goya? Con questo non voglio paragonarmi a loro. Chi pensa che io mi ripeta non ha studiato i miei edifici, è un "illetterato"». Architetto, è tanto citato ma non ha mai scritto un libro. Perché? «È semplice: perché non ho una teoria». Ma il maestro della East Coast, Peter Eisenman, l'ha scritto. «Apprezzo il lavoro di Eisenman, ma non mi piace ciò che dice». I suoi edifici esprimono più razionalità o più passione? «Entrambe. Non si può risolvere un tema architettonico solo con una delle due». Può indicare l'edificio che preferisce in Europa? «La Maison Carré, a Nimes, di Norman Foster». Qual'è il migliore architetto contemporaneo? «Borromini. Ma mi piace anche il portoghese Alvaro Siza».