Agli occhi di un turista tedesco non ci sarà differenza tra gli Uffizi e l'intero Paese quando per Pasqua si troverà davanti alla Galleria chiusa per sciopero. Un bolognese o un romano si sorprenderanno di meno, scuoteranno la testa e penseranno: «La solita Italia». I sindacati dicono che la loro protesta, programmata per i due giorni (4 e 5 aprile) in cui a Firenze si registra il tutto esaurito, «non è un ricatto». Il sindaco Nardella auspica un passo indietro di Cgil e Uil perché se lo sciopero si farà per la città sarà un grave danno economico e di immagine. Il ministro Franceschini ha rassicurato i 300 lavoratori privati che fanno funzionare le biglietterie, i bookshop, tutti i servizi aggiuntivi: la riforma dei musei varata dal governo e l'ingresso di un privato chiamato a gestire i servizi dopo anni di proroghe sempre allo stesso consorzio di aziende, Opera Civita Group non metterà a rischio l'occupazione. Per questo ha definito lo sciopero (se confermato) «autolesionista». Cgil e Uil però non si fidano. E colpiscono nei giorni in cui sanno di provocare più danni per avere il massimo della visibilità. Vecchia cultura sindacale. Il copione immutabile della battaglia (giusta o sbagliata che sia) che si disputa sulla pelle degli altri, cittadini o turisti. Ieri l'ex sovrintendente Cristina Acidini ha centrato il problema: i musei, nonostante le sue rimostranze a Prefettura e ministero, non sono considerati servizi pubblici. Così, di fatto, nessuno può impedire la serrata. Il progetto di riforma dei beni culturali è ambizioso. Quasi epocale, visto che in Italia i veri prigionieri dell'ordinaria incuria, delle burocrazie centrali e periferiche, di anni di sottovalutazioni, del corporativismo, della demonizzazione di tutto ciò che è privato, sono proprio i nostri musei, i nostri Uffizi con i bagarini in coda assieme ai turisti. È la storia di sempre: le cose cominciano a muoversi e cresce la pressione per lasciarle come sono. Ma certo se si inseguono i grandi progetti senza tener conto anche dei problemi che si possono trovare lungo la via (il caso dei dipendenti di Opera, o lo status giuridico dei musei non riconosciuti come servizi pubblici) si rischia di provocare una frenata, se non di tornare indietro invece che andare avanti. Nel caso che investe Firenze c'è ancora tempo per rimediare. Tutti possono dare un contributo per evitare il peggio. Sia qui che a Roma. Ma è ai sindacati che spetta il compito più importante: liberare i cittadini, diventati (ingiustamente) ostaggi di una rivendicazione (legittima). C'è bisogno di un'altra Italia. Magari cominciando proprio dagli Uffizi.