L'archistar che ha firmato il Museo delle Culture attacca il Comune e chiede ai milanesi di ribellarsi. La giunta replica: il museo aprirà per Expo, solo dopo si risistemerà il pavimento. La battaglia è persa e l'archistar David Chipperfield «non potendo più fare nulla» s'affida ai milanesi, perché «in qualità di contribuenti che hanno pagato molti soldi» si ribellino. «Richiedete che il pavimento venga sistemato e chiedete come mai i funzionari pubblici pagati con denaro pubblico dimostrino così poco interesse per il bene pubblico». Il Museo delle Culture, quello che «la posa di una pietra di qualità inferiore» ha trasformato a suo dire in un museo «degli orrori», aprirà il 26 aprile. Chipperfield punta il dito contro chi non ha vigilato sulla qualità del materiale, accusa l'assessore ai Lavori pubblici Rozza di non averlo incontrato e sceglie con cura le parole per ribattere all'«esplicita menzogna» dell'assessore alla Cultura Del Corno che ha reso pubblico «questo problema senza darmi la possibilità di replicare». Volano gli stracci nello studio milanese di via Vigevano, dove l'architetto Chipperfield ha chiamato a raccolta la stampa per mettere fine «alla controversia patetica dopo 15 anni di lavoro» con il Comune. Ribattezza «guerra del pavimento» i diciotto mesi di «trattative», quelli occorsi alle finiture del Museo, tra le quali la posa di cinquemila metri quadrati di pietra lavica. Su uno schermo alle sue spalle scorrono immagini, dettagli della pavimentazione dall'effetto patchwork, di lastre scheggiate, macchiate, di fughe sbagliate. «È un museo degli orrori», ripete. «Lo vorreste come pavimento di casa vostra?», domanda. E al pubblico che rumoreggia chiede quindi cinque minuti per una «piccola lezione su come si posa un pavimento e sul controllo di qualità». Nega di essere «un collaboratore impossibile e irragionevole». Tono british ma parole pesanti come macigni contro il Comune e, se è vero che si era molto vicini all'accordo, queste cannonate rischiano di farlo saltare. Lo studio Chipperfield schiera gli avvocati, diffida dall'aprire il Museo in via Tortona e dall'associarlo al suo nome. L'amministrazione non si scompone ma conferma: il Museo aprirà, non sarà intitolato a Chipperfield, si chiamerà Museo delle Culture e i lavori per sistemare il pavimento ci saranno, ma a fine mostre. Non è stata invitata per il 26 aprile l' archistar . Perché quella data segnerà l'avvio delle mostre, «non è un'inaugurazione», chiariscono da Palazzo. «È uno spazio che i milanesi attendono da ben 12 anni, costato 60 milioni, di cui 3,6 milioni a Chipperfield per l'opera di progettazione e direzione lavori. Sono cifre di assoluto rilievo per un ente pubblico, adeguate alla bellezza del progetto, ma che impongono scelte da assumere con buon senso e nell'esclusivo interesse della collettività», si legge in una nota diffusa dal Comune. Chipperfield precisa: «La mia carriera italiana non è stata motivata dal desiderio di arricchirmi ma dalla volontà di lavorare in una società con una grande storia e una profonda comprensione dell'importanza dell'architettura». Si percepisce nel botta e risposta affidato a lettere-comunicati-diffide-verbali una quantità di cose non dette. L'architetto britannico era «pronto a rinunciare a 150 mila euro di parcella dovuta dal Comune». Se il Comune avesse affidato la laminatura necessaria per omogeneizzare il pavimento «a subappaltatori specializzati che lavorano con noi». Fa capire l'amministrazione che le regole di casa nostra «prevedono gare e appalti». E conclude: «Non siamo interessati ad una polemica personale con l'architetto Chipperfield e ci dispiace che oggi abbia voluto attaccare l'assessore Del Corno, per dichiarazioni peraltro da lui mai rilasciate. Allo stesso modo non può accusare l'assessore ai lavori pubblici di non averlo mai ricevuto visto che il 7 aprile e il 25 giugno dello scorso anno Chipperfield e alcuni membri della direzione artistica hanno incontrato l'assessore Rozza». Quanto alla pietra, «le campionature e le visite presso la cava fornitrice del materiale sono state condotte da personale dell'ufficio di "David Chipperfield Architects", che hanno validato la scelta del materiale utilizzato».