I musei raccolgono le più importanti collezioni dell'arte mesopotamica L'attrazione orientale. - Da Wright a Gropius, da Le Corbusier a D'Olivo i progetti per l'intera regioni Gli anelli dell'antica città fortificata La difesa di Saddam rispetta l'impostazione del califfo al-Mansur DI FULVIO 1RACE Vista nelle rappresentazioni militari dei piani di difesa di Saddam, la Baghdad sotto assedio delle truppe americane rassomiglia incredibilmente a quella mitica "città della pace" voluta dal califfo al-Mansùr nel 762, a 140 anni dall'Egira, l'emigrazione di Maometto dalla Mecca a Medina, che molti storici ritengono il primo atto di riconoscimento dell'importanza della città nella cultura musulmana. Parlano di morte e di difesa a oltranza i tre cerchi tracciati dagli strateghi iracheni attorno alla capitale; ma allora, nelle intenzioni del califfo, l'assolutezza della sua forma geometrica una corona circolare larga oltre 300 metri, con un diametro di 2.600 doveva rappresentare il centro del mondo, con la cupola verde sopra la sala del trono del palazzo imperiale, a segnare l'asse cosmico di una nuova civilizzazione. Una doppia fortificazione delimitava il cerchio monumentale della città reale, a cui una doppia fila dì abitazioni faceva da ulteriore corona. La «città anulare come ha scritto Florindo Fusaro nel suo libro La città islamica è la prima espressione e il simbolo di questa comunità che si raccoglie intorno al centro costituito, dalla sede del Califfo, come i fedeli provenienti da tutte le parti del mondo circon-dano, nelle deambulazioni rituali, la Ka'ba alla Mecca». Nulla è sopravvissuto della città di al-Mansur e, prima ancora della distruzione mongola del 1258 e della devastazione di Tamerlano (1401), la perfetta forma della sua utopia teocratica si era già dispersa nei mille rivoli di un'urbanizzazione sospinta dai ritmi rapidi e imprevedibili della vita. Nonostante la sua posizione di capitale religiosa del califfato abbaside e di centro di confluenza delle vie carovaniere dal Golfo persico al Mediterraneo, Baghdad infatti tra T836 e l'892 perse la sua funzione di capitale, a vantaggio di Samarra, residenza di califfi famosa per i suoi splendidi e numerosi palazzi; ma fu un declino non privo di significative espressioni d'arte e d'architettura: la tomba di Sitta Zubayda (1179-1255), un perfetto ottagono sormontato da una cupola conica; il palazzo degli Abbasidi (1230) famoso per le straordinarie decorazioni del suo iwan, costruito durante il regnò di Munstansir, come la Madrasa lungo il fiume Tigri, la scuola voluta dal califfo per l'insegnamento dell'ortodossia religiosa; il minareto di Jami'al-Qu-mriyya; il caravanserraglio Khan-al-Mirjan (1359), locanda per mercanti e poi anche, dimora di studiosi dell'università, unico nell'architettura islamica per il suo sistema di copertura e di illuminazione. Insieme ai musei (quello nazionale ospita la maggiore collezione al mondo di arte mesopotamica; quello di Baghdad con i modelli della vecchia città; quello, ancora, del Patrimonio popolare, con la sua. esposizione di case tradizionali eccetera) alle moschee (da quelle antiche come la Kadhlrnain, edificata nel 1515 alle moderne come quella del XIV Ramadan) ai palazzi e alle case minute del centro storico, si tratta dunque di un patrimonio in grave rischio di distruzione, , come già dimostrato dalle rovinose conseguenze della prima guerra del Golfo, e sulla cui salvaguardia si appuntano le ansie e i gridi di dolore di tutta la comunità scientifica internazionale, come ben testimonia l'appello e l'elenco dei monumenti in pericolo redatti da Alessandro Martini per Il Giornale dell'Arte. A questi tuttavia bisognerebbe aggiungere i monumenti "laici" costruiti a partire dal 1921, quando Baghdad riacquistò il suo status di capitale del nuovo regno iracheno e riprese a svilupparsi imboccando una mo-dernizzazione che significava innanzitutto apertura all'occidente, alla sua tecnologia, alla sua architettura. I primi segni di quest'apertura risalgono al 1917, quando gli inglesi strapparono la città al dominio ottomano e, analogamente all'esperienza dell'avventura coloniale indiana, introdussero nel Paese i primi germi di una nuova architettura, i cui landmark più rappresentativi sono l'Università Al-Nait di J. Mollison Wilson (1921-24) un'imponente costruzione di mattoni che domina il Tigri con il paesaggio turrito dei suoi edifici principali, le sue cupole e i suoi ampi portici il Roya] Mausoleum (1934-36) e la stazione dei treni di Wilson Mason. Seguendo un approccio già sperimentato da Edwin Lutyens a New Dehli, gli inglesi portarono una modernità colorata di islamismo, secca e austera nei volumi, ma abbastanza clastica nelle superfici e nelle decorazioni per accogliere i repertori figurativi cari alle tradizioni locali. Culla della civiltà più antica del mondo, (a regione di Baghdad esercitò un forte richiamo sugli architetti europei e americani che, se da una parte trapiantavano in Oriente l'essenza del know how occidentale, dall'altra risentivano nei loro progetti di quella forte spiritualità di cui era carica la tradizione irachena. Da questo punto di vista l'architettura fu un transito tra le due culture, un ponte tra i bisogni dell'una e le esigenze dell'altra, costringendo il razionalismo a misurarsi con una scala di valori umani e naturali di grande impatto creativo ed emotivo. Nel 1957 il padre dell'architettura organica, Frank Lloyd Wright, fiero sostenitore della democrazia popolare come contraltare alla tentazione tirannica della vecchia Europa, lasciò l'Arizona per il Medio Oriente. La sua meta era Baghdad, dove era stato incaricato di progettare il teatro dell'opera: affascinato dal mondo dell'Isiam di cui ammirava la religiosità e la particolarità della tradizione decorativa, l'anziano maestro disegnò un nuovo piano di sviluppo per la capitale partendo proprio dalle anse del Tigri. Accanto al teatro, un auditorium, un planetario, un museo, un bazaar e, al culmine, un grande monumento a Harun al-Rashid, il leggendario califfo di Baghdad che nel 798 aveva scambiato ambasciatori con l'Occidente in segno di amicizia per Carlo Magno. L'anno successivo, col rovesciamento del regno e la proclamazione della Repubblica, il piano fu abbandonato, ma altri architetti, non meno famosi, giunsero dall'Occidente: innanzitutto, Walter Gropius, il fondatore della Bauhaus, che, nell'anno di costituzione della nuova università urbana, nel 1957, grazie agli auspici di un suo allievo alla Harvard Univer-sity e figlio del primo ministro dell'Irak, fu invitato a progettare il masterplan della comunità culturale. In un'area di quasi due kilometri quadrati lungo un'ansa del Tigri, si trattava di progettare più di 200 edifici, tra aule, labo-ratori e attrezzature per 12mila studenti: un ingegnoso insieme di edifici bassi intrecciati tra loro da cortili aperti in modo da massimizzare l'effetto mitigante dell'ombra e da incrementare la circolazione naturale dell'aria. L'uso intensivo dell'acqua come elemento di definizione degli spazi aperti definiva un panorama di fontane e canali, e dunque un tratto costitutivo dell'approccio islamico al paesaggio. Una torre di 17 piani l'unica costruita prima della morte di Gropius domina il complesso, cui fa da accesso l'arco sinuoso della "mente aperta". «L'Ordine è la chiave della Vita», è invece inciso nella grezza parete di cemento a vista della "macchina per lo sport" disegnata da Le Corbusier con Axel Mesny nel 1956 e completato solo nel 1980. Una "scatola" di cemento dall'ordine monumentale si apre all'esterno dei campi da gioco attraverso una gigantesca porta scorrevole d'acciaio, mentre una plastica scala circolare si avvolge dal piano terra portando gli spettatori sino al secondo ordine di gradinate. Paragonati ai "monumenti" degli anni 80, come l'imponente cubo marmoreo della Central Bank dei danesi Dissing Weitling, sono i frutti felici di un'espansione economica unita a un desiderio di confronto con l'esterno: gli anni che vedono lo spagnolo Sert impegnato nel progetto dell'ambasciata americana e il finlandese Alvar Aalto in quello del Museo di belle arti. Poi, con la rinascita dell'orgoglio islamico e la fondazione nel 1977 dell'Aha Kahn Award per l'architettura, la tradizione e il vernacolare prenderanno sempre più consistenza, traducendosi in opere come il Centro civico di Hisham Munir o il complesso residenziale Ahi Nawas con le sue cadenze geometriche di mattoni intercalate da citazioni delle finestre ad arco e delle decorazioni a tarsie tipiche del passato. È toccato tuttavia a un italiano, l'udinese Marcello D'Olivo, l'incarico di una delle architetture più care al cuore degli abitanti di Baghdad: il monumento al Milite Ignoto. Invitato da Saddam Hussein nel 1979, D'Olivo pensò «all'antico zigurat concepito con i materiali e le tecnologìe del mio tempo: un cuore di terra; un intorno di locali per contenere un museo delle loro antiche civiltà; tre rampe; una piazza sulla sommità. Fui capito e il monumento fu realizzato».