La riforma costituzionale approvata alla Camera (e che richiede ancora almeno altri tre voti: due al Senato ed un altro alla Camera) ridisegna il modello "federalista" della nostra Repubblica. Paradossalmente, è proprio la parte della Costituzione più "giovane" (in quanto modificata nel 2001) che è oggetto di una nuova modifica. In che senso va questa riforma, con riguardo ai rapporti tra centro (Stato) e periferia (Regioni)? La risposta non è facile. Certamente, se si guardano le competenze, la riforma è tutta a vantaggio dello Stato. Le regioni perdono molte competenze legislative, che vengono riportate in capo allo Stato: infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto, politiche sociali, politiche attive del lavoro, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, governo del territorio, e molte altre ancora. In più, lo Stato potrà intervenire anche sulle (poche) materie rimaste alle regioni, "quando lo richieda la tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell'interesse nazionale". Può sembrare, dunque, la grande sconfitta delle idee regionaliste e federaliste, dopo la lunga stagione dell'esaltazione del federalismo che aveva caratterizzato gli anni Novanta e successivi. E peraltro neppure la Lega, che pure sul federalismo aveva issato la propria bandiera, sembra stracciarsi più di tanto le vesti: figuriamoci gli altri partiti. C'è però un altro tema che potrebbe un po' riequilibrare la situazione: l'ingresso delle regioni nel nuovo Senato. Il quale sarebbe composto da novantacinque senatori eletti dai Consigli regionali, e tra questi una ventina saranno sindaci. A questo Senato saranno riconosciute non poche competenze: potrà intervenire nel procedimento legislativo (in alcuni casi obbligatoriamente, in altri su sua iniziativa); svolgerà funzioni di raccordo tra lo Stato e gli enti locali nonché tra questi ultimi e l'Unione europea; parteciperà alla valutazione delle politiche pubbliche e dell'attività delle pubbliche amministrazioni. In teoria, si tratta di poteri rilevanti: molto dipenderà però dalla reale autorevolezza dei nuovi senatori, e dalla loro capacità di fare proposte innovative, serie, intelligenti, così da mettere in difficoltà (virtuosa) la Camera dei deputati. Per le regioni, dunque, la riforma mi pare complessivamente negativa: ma potrebbe esserlo di meno se sapranno vincere la scommessa di puntare in alto nella scelta del personale da mandare a Palazzo Madama. A tal fine, occorre che esse lascino da parte logiche di bottega (partitica) e di appartenenza: se vogliono davvero sopravvivere, questa potrebbe essere l'unica strada.