A Salerno, in qualità di soprintendente, l'architetto Anna Maria Affanni è rimasta solo quattro mesi, dal primo aprile al 31 luglio del 2008. Centoventi giorni che le sono costati un rinvio a giudizio per aver fatto scadere, accusano i pm che stanno indagando sul Crescent di Bofill, il termine dei sessanta giorni previsto per l'annullamento «della irrituale e non prevista autorizzazione paesaggistica». La numero 20, rilasciata dal Comune il 18 febbraio del 2008, per ottenere il via libera all'edificazione dell'emiciclo, poi annullata dal Consiglio di Stato per difetto di motivazione. «Non ho fatto scadere nulla - precisa invece l'attuale segretario regionale dei Beni culturali del Friuli - Avevo semplicemente chiesto al sindaco di sospendere la procedura, che è una cosa ben diversa. Ciò nonostante, mi ritrovo a dover affrontare un processo che mi sta creando non pochi problemi, a partire da fatto che anzichè trascorrere gli ultimi anni della mia carriera a Roma, come avrei voluto, sono stata trasferita ad Udine». Sono due i documenti che portano la firma dell'ex soprintendente di Salerno. Il primo, del 23 giugno 2008, è indirizzato a De Luca. «In considerazione della grande rilevanza che l'intervento urbanistico presentava sotto il profilo paesaggistico e per l'impatto sulla città, scelsi di chiedere un parere al Comitato tecnico scientifico, che è un organo ministeriale composto da massimi esperti. In quella nota lo comunicai al primo cittadino e lo invitai contestualmente a sospendere l'iter del procedimento in attesa della valutazione - chiarisce - Nella lettera si parla chiaramente di sospensione, non di decadenza dei termini che sarebbero invece scaduti il 30 giugno». L'autorizzazione, contesta la Procura, doveva essere invece annullata. «Non avrei potuto annullare nulla. All'epoca era in vigore una normativa transitoria che faceva riferimento all'articolo 159 del Codice dei beni paesaggistici. L'annullamento era contemplato solo nel caso in cui fossero stati riscontrati motivi di illegittimità. Con l'architetto Villani, che era responsabile del procedimento studiammo a fondo la questione. La documentazione che ci era pervenuta dal Comune, un progetto preliminare con tanto di render e documentazione grafica, non presentava falle. Se lo avessi annullato mi avrebbero chiesto anche i danni». Dunque si optò per chiedere aiuto a Roma. «E' una procedura di cui tra l'altro io stessa mi servii quando ero all'Aquila e mi trovai a gestire la realizzazione della tranvia su gomma». I problemi nascono proprio in questa fase. Il comitato non si è mai più espresso. Non perchè non ha voluto, ma perchè le carte a Roma, non sono mai arrivate. «Il 14 luglio del 2008 ho firmato la lettera di accompagnamento ad una corposa relazione sul Crescent prodotta da Villani, per ricevere un parere consultivo», ricostruisce l'ex soprintendente. Fatto sta che quei faldoni, fatti transitare per la direzione regionale di Castel dell'Ovo, non sarebbero mai più arrivati nella Capitale. Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, Napoli li ha rispediti al mittente, chiedendo all'Ente di via Tasso di inoltrare direttamente il materiale al Ministero. L'architetto Affanni era già andata via. Gli uffici erano in ferie. E il Crescent intascò l'ok grazie ad un silenzio-assenso che secondo i pm fu cavalcato da più protagonisti di una inchiesta che vede 23 imputati tra tecnici, politici e costruttori. «Voglio poter raccontare come sono andate le cose - incalza l'architetto - e lo farò nel corso della prossima udienza, portando l'attuale soprintendente Gennaro Miccio come teste».