ROMA La flessione dell'attività produttiva registrata negli ultimi due trimestri ha radici profonde e lontane nel tempo: un malessere quasi decennale che non è stato curato a dovere. E che o9ggi provoca incertezze e sfiducia fra i vari attori sociali. E la diagnosi del presidente dell'Istat, Luigi Biggeri, che ieri ha presentato a Montecitorio il rapporto annuale dell'Istituto. «I segnali congiunturali sono in gran parte deludenti ha detto Biggeri con una evidente fase di stagnazione, e questa evoluzione segna gli ultimi anni come uno dei più lunghi periodi di bassa crescita della recente storia italiana». Le attuali difficoltà, dunque, derivano soprattutto da problemi strutturali. «Quelle che ci appaiono difficoltà congiunturali ha detto sono imputabili all'emergere di movimenti di lungo periodo, che maturano da almeno un decennio e non da oggi e che derivano da situazioni strutturali che non sono state affrontate adeguatamente. Per questo la mia sintesi si intitola non a caso "Dare risposte ai cambiamenti"». Questa crisi che viene da lontano trova fondamento nell'inerzia del sistema produttivo e nelle carenze del mercato del lavoro: nonostante la crescita dell'occupazione, negli ultimi anni è aumentato il numero dei sottoccupati, e la zona grigia dell'inattività. Così oggi il timore serpeggia, tanto tra le imprese, impedendo loro di fare investimenti in innovazione, quanto fra le famiglie che non scommettono sul futuro. «Complessivamente osserva ancora l'Istat l'Italia sembra ancora non saper guardare oltre le sfere individuali e avere una scarsa propensione a fare sistema». Il rapporto insiste a lungo sulla fragilità del sistema produttivo italiano: «Rispetto alla media Ue 25 le nostre imprese manifatturiere conseguono livelli d'intensità e degli investimenti più elevati, ma differenziali di produttività del lavoro negativi» ha spiegato ieri Biggeri. Tra il 1995 e il 2004 la crescita media annua italiana della produttività del lavoro è stata dello 0,5 rispetto all'1,4 dell'Ue 25. E le difficoltà strutturali delle imprese si ripercuotono su competitività e dinamica dell'export. Un dato per tutti, citato dal presidente dell'Istat: nel periodo compreso fra il 1996 e il 2002 le esportazioni manifatturiere italiane sono rimaste sostanzialmente stabili, mentre l'export mondiale cresceva del 20 per cento. I dati dell'Istituto di statistica confermano che il Paese spende poco per ricerca e sviluppo: nel 2002 la spesa per RS della Ue 25 ha raggiunto l'1,9 del Pil a fronte del 2,6 degli Usa e del 3,1 del Giappone. L'Italia, con l' 1,16 si colloca al di sotto della media europea, superata anche da Slovenia (1,53) e Repubblica Ceca (1,22). «Il sistema italiano deve trasformarsi, e velocemente è il commento del direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli . Gli altri vanno avanti, non possiamo più perdere tempo». Per quanto riguarda il mercato del lavoro, Biggeri ha sottolineato l'assoluta necessità di aumentare l'occupabilità nelle fasce deboli dell'offerta di lavoro (giovani, donne) e di far emergere il sommerso. Nel suo rapporto annuale, per la prima volta l'Istat quantifica il fenomeno della sottoccupazione, che nel 2004 ha riguardato quasi un milione di persone e si annida prevalentemente in un contesto come il Mezzogiorno, che presenta un tasso di disoccupazione più elevato (15) e di occupazione più basso. Inoltre il rapporto analizza con grande cura i cambiamenti intervenuti nella famiglia. C'è qualcosa che non cambia mai (il carico del lavoro familiare perennemente gravante sulle donne) e qualcosa che si è molto modificato: per esempio, per effetto della demografia, invecchia e si assottiglia sempre più la rete sociale sulla quale una famiglia fa affidamento, specie nei momenti di difficoltà. Viene meno o è sempre più ridotta la possibilità di contare su genitori, zii, cugini o fratelli nei momenti del bisogno. Di conseguenza, ha osservato ieri Biggeri, alcuni segmenti di popolazione diventano più vulnerabili: in particolare le madri sole e gli anziani single o divorziati. «Le profonde trasformazioni delle famiglie e la diffusione di nuovi modelli familiari ha concluso il presidente dell'Istat rappresentano forti cambiamenti sociali che però non sono stati compresi e interpretati adeguatamente dai policy maker, dalle istituzioni e dalle imprese».
Il Paese che non cresce
Il rapporto annuale dell'Istat, presentato dal presidente Luigi Biggeri, evidenzia la flessione dell'attività produttiva italiana negli ultimi due trimestri, con segnali congiunturali deludenti. La crisi è imputabile a problemi strutturali, come l'inerzia del sistema produttivo e le carenze del mercato del lavoro. L'Italia sembra avere una scarsa propensione a fare sistema e a guardare oltre le sfere individuali. Il rapporto analizza la fragilità del sistema produttivo italiano, con livelli d'intensità e degli investimenti più elevati rispetto alla media Ue 25, ma differenziali di produttività del lavoro negativi.
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