FINITO (ma non del tutto, nonostante le rassicurazioni del ministro Franceschini) il 'codice rosso' della Biblioteca Nazionale, un altro caso eccellente di penuria di fondi: quello dell'Opificio delle Pietre dure. «Non abbiamo soldi e soprattutto non abbiamo personale» aveva avvertito, venerdì scorso, il soprintendente Marco Ciatti, durante la prima visita del ministro ai laboratori della Fortezza, «se continua così, fra qualche anno diventeremo una grande scatola piena di attrezzature, ma senza nessuno dentro». C'è infatti da chiedersi su che base sia stata fatta, nel bilancio del 2015, la previsione di spesa per il funzionamento della gloriosa istituzione fiorentina, nata nel 1975 dalla fusione del mediceo Opificio delle pietre dure (1588) e del Laboratorio di restauro della Soprintendenza delle Belle Arti (1932), e oggi riferimento mondiale per i restauri, la ricerca, la consulenza, la formazione. La spesa, cioè, che serve a tenere aperti laboratori, museo, biblioteca, a pagare le bollette e a fare le pulizie, ovvero al minimo indispensabile, tagliata d'emblée (sul 2014) di 500 mila euro. Una riduzione tanto più inspiegabile in quanto si tratta di spese incomprimibili e soprattutto prevedibili. «Non posso andare a trattare con l'Enel a ogni fattura» ha fatto notare il soprintendente agli uffici. Fatto sta, che a poche ore dalla visita, gli uffici del ministero si sono fatti vivi chiedendo all'Opificio i dati contabili necessari per farsi un quadro della situazione. E ieri, il soprintendente è stato convocato a Roma per un incontro che lo stesso Ciatti ha definito «soddisfacente», del resto, osserva, «cosa si può pretendere da un paese che destina ai "Che cosa si può pretendere da un dicastero che dispone dello 0,19 del Pil? Mi ritengo fortunato se riesco a pagare le bollette"