SI FA presto a dire museo. Delle acciughe, del grano, delle solfare, dell'emigrazione, persino della tortura. Educati come siamo all'idea moderna del museo come luogo di conservazione e classificazione, il più possibile organico e completo, rimaniamo spesso disorientati di fronte all'uso estensivo che il termine ha assunto nel corso dell'ultimo trentennio, utilizzato per raccolte e allestimenti talvolta molto settoriali, disparati e persino bizzarri. È un processo iniziato da quando la cultura è stata percepita come una possibile risorsa anche economica, e la memoria territoriale come una possibilità di identità e di promozione turistica (ultimi arrivati, quei musei in parte immateriali che sono i parchi letterari); che questo poi non sia avvenuto, o solo molto parzialmente, è un'altra questione che raramente viene affrontata. Intanto, una pubblicazione prova a fornire un regesto delle realtà museali siciliane minori (Valeria Patrizia Li Vigni, Chiara Sciortino, "Viaggio nei piccoli musei della Sicilia", Kalòs, pagine 128, 16 euro, la presentazione alle 17 all'azienda Morettino, in via Enzo Biagi 3), anche se il termine "piccolo" si rivela difficile da gestire: per dire, è incluso nella guida il Museo Pitrè ma non il Museo delle marionette, è presente il Museo Cordici di Erice ma non un'altra realtà storica come il Minà Palumbo di Castelbuono, e mancano altri spazi che piccoli certamente sono come il Museo del Satiro di Mazara del Vallo o i musei Civico e delle Trame mediterranee di Gibellina. In compenso sono registrati nelle nove provincie circa 150 musei o autobattezzati tali, in una geografia variegata e probabilmente provvisoria, considerata la grande frammentazione di esperienze che molto spesso non hanno solidità istituzionale e nascono, invece, dal basso e su una base associazionistica o di volontariato. Su tutti, spiccano per numero i musei dedicati alla civiltà contadina o al mondo del lavoro che hanno il loro prototipo nella Casa Museo che uno studioso come Antonino Uccello allestì pioneristicamente a Palazzolo Acreide negli anni Settanta: tanti, tantissimi, omogeneamente distribuiti in tutte le provincie, segno tangibile dello strappo avvenuto ai tempi delle grandi migrazioni del secondo dopoguerra e di una volontà di recupero di una realtà materiale inizialmente rimossa come sinonimo di miseria. Musei dedicati alla civiltà contadina si, infatti, trovano ad Alia, Bisacquino, Bolognetta, Vicari, Floridia, Buseto Palizzolo, Scicli, Sperlinga, Piazza Armerina, Nissoria, per citarne soltanto qualcuno. Paradossalmente, di fronte a una tale moltiplicazione di strutture che ospitano materiali molto simili (aratri, carretti, falci, telai, strumenti per la lavorazione dell'olio o del vino, madie a altri semplici arredi) manca un grande museo della cultura materiale in Sicilia; tuttavia questa attenzione alle tradizioni lavorative ha permesso di raccogliere testimonianze anche settoriali, come nel Museo dell'acciuga di Aspra (che espone reti, lampare, timoni, sino alle latte coloratissime), nel Museo del grano a Raddusa nel Museo della tonnara di Milazzo o in quello dedicato al ricamo di Chiaramonte Gulfi (arcolai, telai, ma anche antiche tende, tovaglie, asciugamani). Si percepisce, scorrendo questo elenco, un potenziale ancora in gran parte inespresso che sarebbe compito di una (latitante) politica territoriale di largo respiro e di ampie strategie valorizzare, come per il Museo delle Solfare di Trabia-Tallarita (uno dei siti di archeologia industriale più dolenti e impressionanti, tra maschere, lampade, binari, carrelli, motori e ingressi alle gallerie sotterranee) o per il Museo del sale nelle saline Ettore Infersa, nel cuore dello Stagnone di Marsala, entrambi al centro di una complessa vicenda insieme naturale e storica. In altri casi, come per i tanti musei civici disseminati nei centri minori (Erice, Castellana, Randazzo, Comiso, Petralia), di fondazione antica o recente e tutti ricchi di reperti archeologici o naturalistici, si legge la conferma della posizione di uno storico come Giuseppe Giarrizzo, che nella storia siciliana vedeva (per molto tempo controcorrente rispetto alla vulgata dominante) il prevalere di una civiltà urbana, sia pure articolata per cittadine di piccole o piccolissime dimensioni. Certo, in tempi di vacche magre e di tagli continui agli enti locali per tante di queste realtà non sarà semplice sopravvivere, anche se non poche sono il frutto di un entusiasmo testimoniale capace di concepire un museo per la Vespa (intesa come mezzo di trasporto, si trova a Palermo, a Palazzo De Gregorio, espone circa 40 modelli), per gli strumenti di tortura (a Brolo, con gogne, garrote, attrezzi schiaccia pollici, sedie inquisitorie e altre amenità del genere), per le Bande musicali (a Ramacca), per il fumetto (a Santa Croce Camerina, battezzato "Xanadu" come la residenza del mago Mandrake, con una collezione che parte dal periodo precedente alla Guerra mondiale e arriva sino agli anni Novanta, attraversando l'età d'oro dei supereroi Marvel), per gli scacchi (a Mazara del Vallo, 150 esemplari tra cui molti modelli portatili provenienti da tutto il mondo). Molte di queste saranno collezioni amatoriali o poco più, ma quello che più conta, in questo processo di contagio che costantemente incrementa il numero dei musei nell'Isola (erano 26 negli anni Cinquanta, 100 negli anni Ottanta, 176 nel 1990, 275 nel 2011, scrive nella prefazione Daniele Jalla, presidente di Icom Italia) è proprio la connotazione propositiva che il termine ha assunto nella pratica quotidiana. È diventato cool, direbbero gli esperti di marketing. Sino a pochi mesi fa, a piazza Sett'Angeli, una insegna scritta a mano e coloratissima pubblicizzava un vicino museo delle carrozze: Tutto abusivo, ma cosa importa di fronte alla possibilità di sfoggiare il termine "museo"?