Per il direttore degli Uffizi questa la vera malattia dei nostri tempi: "E lo dico in senso assoluto" "Siamo stati costretti a mettere transenne e cartelli per dissuadere la gente ad appiccicare i chewing gum" L'ASSENZA di sacralità come malattia dei nostri tempi. Lo sostiene Antonio Natali, direttore degli Uffizi, tante volte sceso in campo per difendere la Galleria e le sue opere da maleducazione e vandalismi, dalle gomme da masticare appiccicate ai pavimenti fino ai danni alle sculture nella Loggia dei Lanzi. «Il problema - dice - non è il venir meno della sacralità dell'arte, ma della sacralità in senso assoluto, religiosa o laica che sia». Si spieghi meglio. «La sacralità dei luoghi e dei momenti, prima ancora che delle opere. E' come se il silenzio ci spaventasse, e allora lo riempiamo con applausi e rumori continui, anche ai funerali. Qualche anno fa, quando ho deciso di chiudere l'accesso alla Tribuna, appena restaurata, l'obiettivo era proprio questo: restituirle un senso di sacralità. E oggi anche i turisti più chiassosi, quelli che escono fra gli schiamazzi dalla sala di Botticelli, quando vi si affacciano abbassano la voce. A volte è necessario dare degli esempi». Fu criticato per quella decisione? «Naturalmente, le critiche sono un esercizio di democrazia. Ma chi si oppose a quella scelta oggi mi dà ragione. Non solo perché il pavimento in marmi policromi non avrebbe retto quattro milioni di scarpe all'anno. Ma anche perché è come se quel luogo avesse ritrovato la sua vera dimensione, quella di opera d'arte a sé stante. I dipinti di Bronzino o Rosso Fiorentino che vi erano esposti prima del restauro sono stati trasferiti al primo piano, nelle nuove sale, dove hanno guadagnato in visibilità, e chi invece vuole osservare da vicino i dettagli come le sculture, la tappezzeria o le conchiglie di madreperla del soffitto che rendono quella sala un gioiello, può farlo grazie ai touch screen. Prima, era necessario incolonnarsi su una passerella in legno». Negli anni ha dovuto combattere più volte contro l'inciviltà dei visitatori. «Siamo stati costretti a mettere ovunque transenne e cartelli per dissuadere la gente ad appiccicare le gomme da masticare sui pavimenti o ad appoggiare i piedi contro le pareti, come fenicotteri. Pensavamo che quegli ammonimenti sarebbero stati accolti con sarcasmo, invece si sono rivelati necessari. Così come la segnaletica sotto il porticato, in cui si specifica che scrivere sui muri è reato penale. L'idea di mettere delle cancellate a scomparsa, la notte, intorno alla Loggia dei Lanzi, risponde alla stessa logica. Per quella proposta mi hanno dato del fascista: io mi limito a difendere la necessità di far rispettare le regole. Tanto più in un momento in cui la famiglia come luogo di educazione vacilla e la scuola si deprime sempre di più. Bisogna far capire che ci sono cose che non si possono fare, perché sono atti contrari alla società. Smettere di sorridere ai furbi, un'abitudine fin troppo radicata nel nostro paese». Crede che le misure di sicurezza agli Uffizi siano sufficienti? «Credo che la sicurezza assoluta non esista, sia semplicemente un ideale. Ma noi cerchiamo di fare del nostro meglio. I dipinti più importanti sono protetti da vetri antisfondamento e antiriflesso spessi sei millimetri. I quadri più piccoli sono dotati di un sistema di allarme. Non c'è angolo della Galleria che non sia sorvegliato dalle telecamere: le pareti della stanza del corpo di guardia sono rivestite da monitor in multivisione. Certo, non tutto è sotto vetro, altrimenti saremmo in un acquario. Del resto all'estero, per esempio nei musei tedeschi, spesso non ci sono nemmeno le transenne: ma lì, se provi ad allungare il braccio verso un quadro, non è l'allarme a suonare, sono gli altri visitatori a fermarti. Il deterrente maggiore, comunque, rimane l'uomo in divisa. Mi rendo conto che per una persona che ha studiato tutta la vita e si è laureata in giurisprudenza o in storia dell'arte fare di mestiere il guardiano non è il massimo della gratificazione professionale, ma per il momento il ruolo dei custodi rimane insostituibile».