In tempi in cui la mostromania smembra ogni giorno contesti per imbastire carrettate di capolavori da Raffaello a Picasso, o da Cimabue a Morandi, è una benedizione una mostra che ricostruisce non solo un contesto materiale, ma addirittura un piccolo, elettissimo universo morale: il pantheon ideale del duca Federico come saprebbe definirlo anche il più smandrappato fra i candidati a una qualunque primaria del partito della nazione. Tra le moltissime differenze che separano questi canoni politico-mediatici moderni dai ventotto uomini illustri che ora tornano a riunirsi sulle pareti dello Studiolo del Palazzo di Urbino, c'è anche quella per cui in questo nobile precedente i filosofi antichi, i padri e i dottori della Chiesa e i poeti non erano per Federico solo dei vaghi e legittimanti riferimenti esemplari, ma erano degli interlocutori diretti: qualcuno con cui parlare. Accanto allo Studiolo, infatti, era la Biblioteca: in cui si conservavano i testi scritti da quegli stessi personaggi. Come dirà molto più tardi il grande bibliotecario libertino del Seicento Gabriel Naudé, arredare una biblioteca «con i ritratti dei più illustri uomini di lettere del passato, permette di conoscere questi autori contemporaneamente in corpo e anima». Naturalmente i volti prestati dai pittori a questi grandi uomini erano assai spesso di fantasia. Ma un simile inconveniente faceva parte del gioco, e già Plinio (I secolo dopo Cristo) aveva notato e proprio a proposito della «recente moda di dedicare, nelle biblioteche, ritratti a coloro le cui anime immortali parlano in questi luoghi» che spesso si «raffigurano ritratti immaginari, giacché il nostro desiderio dà forma a visi non tramandati, come è il caso di Omero»: e proprio Omero apriva la serie dei ritratti del duca d'Urbino. Questa unione di volti e testi, di corpi e anime, dava l'illusione di una completa resurrezione del passato, di un colloquio pieno e reale con coloro che sono tanto lontani e inconoscibili, e che pure ci sembrano così vivi quando ne sentiamo la voce, viva e presente nei loro libri. Non è del tutto improprio immaginarci Federico questo intelligentissimo mercenario, guercio e assai poco avvenente un pò come il Machiavelli che (poco più tardi) racconterà a Francesco Vettori le sue avventure notturne tra i libri che lo fanno entrare «nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio, e ch'io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro». Federico non era Machiavelli, ma è vero che nel suo Studiolo gli aulici e statuari uomini illustri che centocinquant'anni prima avevano ripreso a popolare l'immaginario degli italiani ricomparendo contemporaneamente nelle pagine di Francesco Petrarca e negli affreschi, ahinoi perduti, di Giotto a Napoli diventano mezze figure prossime e conversevoli, seduti alle loro scrivanie proprio come il duca quando si sedeva tra loro. A testimoniare questa confidenza con figure remotissime della tradizione classica e di quella ebraico-cristiana come Mosé e Salomone, Euclide e Solone è il fatto che la serie si chiude col grande umanista contemporaneo Vittorino da Feltre: che di Federico bambino era stato il maestro. Il duca, tra i classici, tornava in classe: difficile capirlo oggi, quando chi governa non frequenta le biblioteche. Anzi, le fa morire.