Ormai otto anni fa Salvatore Settis e Carlo Ginzburg proposero inutilmente che una pausa di riflessione fermasse i restauri che incessantemente reintervengono sui testi fondamentali della nostra tradizione: «Togliere una velatura da una tavola, un ritocco a secco da un affresco, un elemento che fa parte della stratificazione storica dell'opera, equivale a bruciare la pagina di un testo che ci è arrivato in un unico manoscritto ... È giusto che una generazione si arroghi il diritto di intervenire drasticamente, trasformandola in maniera irreversibile, su una parte così cospicua, qualitativamente e quantitativamente, della tradizione artistica italiana?». Come dimostra il caso della Basilica Inferiore di Assisi (in cui i restauri sono stati sospesi dal Ministero per i Beni culturali dopo l'intervento di «Repubblica»), quel monito è ancora straordinariamente attuale. E oggi i pericoli vengono anche (e forse soprattutto) da quella ampia zona grigia che sta tra i veri restauri e la manutenzione più o meno ordinaria, un'etichetta che rischia spesso di nascondere interventi radicali, quanto non autorizzati, né diretti, dalle soprintendenze. Mentre la ricerca storico-artistica mette sempre più a fuoco il senso del passaggio delle opere d'arte attraverso il tempo e mentre, almeno tra i restauratori qualificati, sempre più complesse si fanno le metodologie, gli approcci, le sensibilità per operare sui testi artistici e architettonici e sulle loro modifiche, è davvero sconvolgente apprendere con quanta leggerezza e inconsapevolezza sia ancora possibile accostarsi anche alle opere d'arte più potenti. È il caso clamoroso e fino ad oggi sconosciuto ai media di ciò che è successo nella meravigliosa Basilica di Santa Cecilia a Roma. Alla fine di gennaio il Ciborio di Arnolfo di Cambio (uno dei più insigni monumenti della scultura del Medioevo italiano) è stato coperto da un ponteggio. Non per restaurarlo (lo si era già fatto, molto bene, nel 2006), ma per installare una nuova illuminazione del coro, e per una non meglio specificata manutenzione. Quando il ponteggio è stato smontato, il Ciborio non era più quello di prima, come dimostrano le fotografie. Cosa era successo? Qualcuno ha pensato bene di riportare il monumento al suo presunto aspetto 'originale', smontando la cuspide di marmo centrale, e togliendo i vasi di metallo con i gigli dai vertici delle quattro guglie laterali, e la croce dal fastigio del timpano. Risultato: il Ciborio di Arnolfo è ora amputato, monco, irriconoscibile. E la cosa è gravissima perché gli elementi smontati (e, speriamo, non 'smaltiti' chissà dove) erano preziosissime integrazioni dei primissimi anni del Seicento. Il 20 ottobre del 1599 fu ritrovato, proprio sotto il ciborio di Arnolfo, il corpo incorrotto della martire Cecilia. Il 'miracoloso' rinvenimento ebbe una enorme eco, e il cardinale titolare della Basilica il colto mecenate Paolo Camillo Sfondrati commissionò a Stefano Maderno la meravigliosa statua 'caravaggesca' che permette per sempre a tutti di noi di vedere ciò che avrebbero visto gli scopritori. Nella stessa occasione fu trovata la firma di Arnolfo posta alla base del Ciborio, e il cardinale decise non solo di conservare quest'ultimo, ma anzi di ornarlo e completarlo con le armoniose aggiunte che ora sono state rimosse, e che furono minutamente descritte e celebrate in una relazione scritta in latino dall'erudito 'archeologo' Antonio Bosio. Questo episodio rappresenta uno dei primi, e più importanti, casi di 'fortuna dei primitivi' (questo il titolo del libro di Giovanni Previtali dedicato a questo tema): vale a dire della riscoperta dell'arte medioevale, che proprio al tempo del cardinal Sfondrati si ricominciò ad apprezzare (dopo la distanza critica imposta dal Rinascimento), anche grazie ai suoi contenuti religiosi, riattualizzati dalla Controriforma. Rimuovere le integrazioni volute da Sfondrati equivale a rimuovere la stessa statua di Santa Cecilia. Sarebbe come togliere il Baldacchino di Bernini dalla Crociera di San Pietro, per tornare ad una presunta originalità bramantesca, o michelangiolesca. Una specie di 'eugenetica' della storia che si è purtroppo praticata fino agli anni cinquanta del Novecento (per esempio 'debarocchizzando' le chiese romaniche o gotiche), ma che oggi appare semplicemente delittuosa. Non dev'essere questa l'opinione di monsignor Marco Frisina (rettore della Basilica di Santa Cecilia e ... presidente della Commissione per l'Arte Sacra della Diocesi di Roma!) e delle monache benedettine di Santa Cecilia. La Soprintendenza di Roma (incredibilmente all'oscuro di tutto) ha ufficialmente chiesto di procedere all'immediato ripristino delle parti indebitamente (e illegalmente) rimosse. Ma a tutt'oggi il Ciborio appare deturpato, e sul web iniziano a circolare foto del nuovo assetto, postate da inconsapevoli turisti. C'è da sperare che il Vicariato di Roma rimedi a tempo di record a questo grave 'scivolone'. Ma è anche il caso di cominciare a domandarsi perché sempre più spesso il clero italiano attenti all'integrità di cattedrali, basiliche e abbazie con 'restauri', adeguamenti liturgici e manutenzioni pericolosi, e spesso irreversibili. Lo sfinimento e la sudditanza delle nostre soprintendenze e l'intraprendenza di un clero sempre meno capace di prendersi cura di ciò che ha ereditato stanno determinando una specie di 'questione romana' della conservazione del «patrimonio storico e artistico della nazione italiana» (art. 9 Cost). È il momento che lo Stato italiano (o quel che ne resta) rialzi la guardia.
la Repubblica
6 Marzo 2015
Roma, Santa Cecilia: Arnolfo sfregiato
TO
Tomaso Montanari
la Repubblica
Il Ciborio di Arnolfo di Cambio, una delle opere d'arte più insigni del Medioevo italiano, è stato oggetto di un intervento di manutenzione che ha causato la rimozione di preziosissime integrazioni del Seicento. Il monumento è stato coperto da un ponteggio per installare una nuova illuminazione e per una manutenzione non meglio specificata. Quando il ponteggio è stato smontato, il Ciborio non era più quello di prima, con la cuspide di marmo centrale e i vasi di metallo con i gigli smontati. Gli elementi smontati erano preziosissime integrazioni che risalgono ai primi anni del Seicento.
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