L'INCHIESTA UN PALCOSCENICO con tavolato in legno di pregio. Punto ristoro nel magico scenario del quadriportico dei Gladiatori, il marmo per le gradinate della Cavea. Ma non sono lavori per la messa in sicurezza della Pompei che crolla. Quei soldi pubblici, sei milioni di euro, per consolidarla e consentire al mondo di visitarla vengono invece usati per il restauro del Teatro Grande e per l'acquisto di attrezzature sceniche grazie a una «variante radicale» al progetto. DOPO la scure penale arriva quella della Procura della Corte dei conti. Che accoglie le accurate indagini della Guardia di Finanza di Torre Annunziata al comando del colonnello Carmine Virno, presenta il ricorso e ottiene dal presidente Fiorenzo Santoro il via libera al sequestro dei beni di Marcello Fiori, ex commissario straordinario di Pompei oggi coordinatore nazionale dei club di Forza Italia, già a processo per abuso d'ufficio. Danno subito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, dipartimento della Protezione civile. Ieri i sigilli e le motivazioni della magistratura contabile a firma del sostituto procuratore generale Donato Luciano. Sequestro conservativo dei beni di Fiori per cinque milioni 778 mila 939 euro. Solo che la Guardia di Finanza che esegue il sequestro scopre che gli immobili di Fiori di maggior valore, in particolare a Roma, sono stati nel frattempo donati a moglie, ex moglie e figlio. Così i sigilli vengono messi solo ad alcuni terreni nelle Marche per un ammontare di 30 mila euro e ai conti correnti. Fiori non è il solo nome di peso nel provvedimento. L'elenco è lungo. Sono stati invitati a dedurre appuntamento il prossimo 26 marzo tutti coloro che hanno avuto un ruolo nella realizzazione di quella variante illegittima. Si tratta di nove dirigenti del Mibact e della Regione Campania: il Capo di gabinetto del ministero Salvatore Nastasi; l'ex Soprintendente per i Beni archeologici di Napoli e Caserta e direttore generale per le Antichità del ministero Stefano De Caro; la funzionaria della Direzione antichità Jeannette Papadopoulos; l'avvo- cato dello Stato Raffaele Tamiozzo; il capo di gabinetto della Regione Campania Maria Grazia Falciatore; Giuseppe Proietti e poi Roberto Cecchi in qualità di segretari generali del ministero; i delegati dal capo di gabinetto della Regione Bruno De Maria e Maria Pezzullo. Tutti a vario titolo e in momenti diversi componenti della commissione che avallò i lavori di restauro del Teatro Grande. La vicenda comincia con un decreto della presidenza del Consiglio dei ministri del 2008. Un patrimonio da salvare che ha bisogno di misure urgenti, vengono stanziate risorse per 79 milioni. 2009: arriva Fiori. Il piano de- gli interventi prevede la messa in sicurezza dell'area archeologica, la sua gestione realizza interventi non previsti, come gli allestimenti di strutture e attrezzature mobili per spettacoli teatrali. «Interventi scrive il sostituto procuratore Luciano destinati a finalità stravaganti ed esorbitanti rispetto ai compiti assegnati». Sul complesso dei teatri il costo complessivo della gestione Fiori si legge è lievitato in modo esponenziale rispetto all'importo inizialmente inserito. Con un altro decreto il commissario Fiori dà atto che è in corso un accordo con il teatro San Carlo per manifestazioni di altissimo livello che richiedono la «radicale variante » del progetto. Consulenza affidata agli stessi esperti del San Carlo e variante approvata per un importo di sei milioni. «Fiori scrive ancora il magistrato si è occupato in maniera singolare della messa in sicurezza e della salvaguardia di uno dei siti archeologici di maggiore richiamo turistico e scientifico a livello internazionale. Sono emersi invece una gestione fraudolenta e un sistema di potere clientelare consolidati e diffusi. Gli episodi di reato sono infatti accomunati da un modus operandi assolutamente irriverente per la sua protervia e significativo di un assoluto senso di disprezzo per le regole e per l'istituzione la cui integrità il funzionario pubblico aveva giurato di tutelare». I risultati «appaiono aver amplificato un disastro archeologico e storico di portata immane». Soldi spesi con prezzi superiori a quelli di mercato, con il via libera della commissione generale di indirizzo che «non ha assicurato alcuna azione di programmazione e men che meno alcuna attività di costante verifica dell'avanzamento e della congruità degli interventi ». La commissione è quella composta dai nove dirigenti chiamati ora in causa dalla Procura della Corte dei conti.