SOVRINTENDENTE Cozzolino, qual è lo stato d'animo nel lasciare Napoli? «Vado via a malincuore, da napoletano sono appassionato e attaccassimo alla mia città. Anche se è il ministero che mi ha voluto a Napoli e io, con spirito di servizio, sono venuto volentieri, ma ben volentieri torno a Ravenna per star accanto a mia figlia, ancora piccola. Fare il papà a distanza è dura». A Napoli qual è stato lo scoglio più alto? «L'intreccio e la sedimentazione di problemi annosi mai risolti all'interno, nell'ufficio, e all'esterno, nella città. È stato per esempio, molto difficile gestire il personale e le strutture, anche se ho trovato funzionari di altissima preparazione e lo dico con orgoglio napoletano. Nel sopportare la fatica di questi due anni e mezzo, per me valsi il triplo, ho trovato accanto a me grande spirito di sacrificio». Napoli è stata molto faticosa? «Moltissimo». Faticosissimi anche i rapporti con il sindaco e il Comune? «I rapporti personali sono sempre stati cordiali e leali, rispetto ai rapporti istituzionali credo che mi sfuggano certe logiche, che non mi appartengono. Io sono un tecnico. Diciamo che in altre realtà ho trovato leale cooperazione, qui in po' meno, ma senza rancore, anche questo fa parte del gioco». I fronti di scontro sono stati numerosi. Cominciamo da piazza Plebiscito? «Tutti dicono che la sovrintendenza non autorizza l'impianto di illuminazione, ma io ad oggi non ho ancora ricevuto un progetto. E forse piazza Plebiscito è proprio il simbolo di questa città che si aggroviglia su se stessa, qui per il concerto di Bruce Springsteen abbiamo dovuto autorizzare un concerto in deroga per ragioni di ordine pubblico. Ma anche per avviare i lavori a Capodimonte, per cui abbiamo un finanziamento di 10 milioni e un progetto innovativo, abbiamo dovuto fare battaglie giudiziarie per liberare gli spazi occupati da morosi. A Napoli oltre la laurea in architettura bisognerebbe avere una laurea in giurisprudenza». Un'altra battaglia si è consumata per il lungomare. «Il Tar non ha accolto la richiesta di sospensiva del Comune sul nuovo vincolo che prevede dei limiti temporali, nel merito si deve ancora esprimere. Il vincolo al momento è valido. Ma c'è un senso di dispiacere per questa battaglia. Certi valori dovrebbero essere condivisi. Se nel mondo fanno a gara per organizzare iniziative qui, perché vogliono sfruttare la vista del golfo, dovrebbe essere la nostra città con i suoi operatori, pubblici e privati, a voler difendere questo "marchio" e non a svenderlo. Invece dal mio modesto punto di vista c'è un po' di improvvisazione e voglia di raffazzonare iniziative. Certo tutto si può fare, ma entro certi limiti». Si porta via anche qualche soddisfazione? «La prima è di carattere storico conservativo: il vincolo sul basolato e la pietra lavica. Con il Comune in questo caso abbiamo trovato accordi, che sono anche compromessi, ma che vanno al di là del solito alibi dell'emergenza. La seconda: spero che non si vedano più teli scuri in piazza Plebiscito per impedire la visione di un concerto». Un rimpianto? «Sono salito sulle impalcature di un solo cantiere, quello del Duomo, del grande progetto centro storico dell'Unesco, l'unico aperto. Mi rammarica non poter seguire gli altri cantieri, perché il vero fascino di questo mestiere è il cantiere di restauro. Sono diventato l'uomo del "no", perché forse è comodo avere un capro espiatorio per coprire un'assenza di programmazione o altri problemi. Ma il mio è uno dei mestieri più belli del mondo, nonostante gli ostacoli che ci sono... e a Napoli forse un po' di più».