L'INTERVISTA DAVVERO siamo messi così male quanto a democrazia? «Siamo nel tempo esecutivo, nel tempo non politico, nel tempo tecnico. Esecutivo significa, tanto per non fare citazioni tirare dritto, governo significa invece confrontarsi. Nell'esecutivo chi non è d'accordo è un impiccio che deve farsene rapidamente una ragione». Perché parla di tempo non politico? «La politica è il contrario di esecutivo. Procede attraverso il confronto. Nella politica si hanno idee diverse di società e di giustizia nella società, ci si confronta, si compete, ci si affronta nelle elezioni per avere consenso nell'applicare un'idea. Mentre il concetto di esecutivo poggia su quello del dato oggettivo che è il raggiungimento di equilibri finanziari nella sfera pubblica, in modo che i nostri Stati siano appetibili alla finanza internazionale. Ecco il perché si fanno le riforme, solo per soddisfare questo obiettivo, E così la parola riforma viene svilita. Un tempo i partiti riformatori le facevano partendo dalle condizioni date per trasformarle. Oggi invece riformare significa tornare indietro, ripristinare. D'altra parte questo è il comandamento del tempo tecnico. I tecnici sono conservatori, basti pensare a quelli che vengono a casa, mi si perdoni il paragone. Vengono per accomodare, ripristinare: come succede oggi in politica». Proprio in epoca di rottamazioni? «Facciamo un esempio. La riforma del lavoro è un ritorno all'800. Si riduce lo stato sociale, si riducono le gala ranzie di lavoratori lasciati soli di fronte al potere del datore di lavoro. Il Jobs Act, con la riforma dei licenziamenti mette il lavoratore dipendente a disposizione delle decisioni del datore di lavoro. La stessa parola mercato del lavoro rovescia i principi della Costituzione che considera il lavoro come nucleo fondamentale della dignità di una persona e che dunque non può essere una merce spendibile sul libero mercato: crolla il mercato e hai peggiori condizioni di lavoro. La Costituzione non parte dall'economia ma dal lavoro. Considera i lavoratori come la parte debole nei confronti del datore di lavoro e dunque stabilisce che siano tutelati con politiche collettive e dal diritto di sciopero. Invece ancora prima del Jobs Act si è fatta una norma, forse ancora peggiore, che ha praticamente reso nullo il valore dei contratti collettivi di lavoro nazionali trasferendolo ai contratti di prossimità, dove il lavoratore si trova solo in azienda davanti a chi ha più potere di lui. Mentre il Jobs Act gli toglie anche il diritto di sciopero. I datori di lavoro chi licenzieranno? Chi fa sindacato, chi sciopera e dunque lo si potrà minacciare: se scioperi ti licenzio» La riforma del lavoro sarebbe secondo lei incostituzionale? «Non nei termini di norma contro norma, forse. Ma sicuramente in quelli di filosofia generale, basti pensare agli degli articoli 1 e 4. Se fossi ancora presidente della Consulta non ci dormirei la notte, è in ballo il destino di milioni di persone». E la riforma elettorale? «Cosa ci sia esattamente nel patto del Nazareno non si sa ma sicuramente ci sono la legge elettorale e la riforma della Costituzione. Si tratta di un patto tra due sole persone mentre sono temi che si possono affrontare solo attraverso la democrazia partecipativa, perché la Costituzione si può cambiare ma è di tutti non di pochi. Né vale dire che le riforme vengono approvate da un parlamento cui si dice o sei d'accordo o ti sciogli. Così diventa solo un organo di registrazione, per esempio di una legge elettorale il cui vanto sarebbe che 'la sera sapremo chi ha vinto', come la si propaganda. Non ci sono vincitori e vinti in politica ma un partito che ha più consenso e dunque anche oneri maggiori, come governare e farlo senza provocare fratture. Chi ne ha meno ha l'onere di collaborare criticamente. Se adesso vediamo il parlamento per metà deserto, penso, pur non approvando gli aventiniani, che la maggiore responsabilità sia della maggioranza. Chi ha più consenso deve decidere ma non schiacciare chi non ce l'ha». Una deriva autoritaria? «Un'oligarchia in cui comandano pochi, quelli che stanno in alto, spesso una plutocrazia finanziaria. Una dittatura del presente e della necessità che ha provocato un distacco dalla politica peggiore da quella provocata dalla corruzione». In Toscana il piano del paesaggio ha fatto discutere tra difesa del paesaggio e interessi economici. Come risolvere? «La mediazione è sempre e comunque la strada maestra».