LA TRASVERSALITÀ maggioritaria con cui gran parte del parlamento toscano contesta il valore normativo del Piano paesaggistico può scandalizzare o confortare, a seconda dei valori e degli interessi cui si dà tutela o rappresentanza. MA PROPRIO quella trasversalità, al netto di ulteriori aggiustamenti compromissori, pone una questione di "cultura politica" di primaria importanza. Che non riguarda la "destra" o la "sinistra" ma ciò a cui serve la Politica e l'azione di governo che ne discende. E' almeno dai tempi di Fiorentino Sullo che essa ripropone un interrogativo drammatico per l'Italia repubblicana. Il territorio è o no un bene comune? E il paesaggio, con tutta la vicenda umana che a quel territorio dà funzioni, significati e dunque forma, è o no il patrimonio di una data popolazione e per ciò stesso la fonte del suo futuro e dei suoi discendenti? Si badi, parliamo di "patrimonio" non di "risorsa": ossia di un bene la cui erosione porta sic et simpliciter all'impoverimento culturale ed economico di quella popolazione e dei suoi eredi. Se poi quello stesso patrimonio è ben custodito e dunque bene amministrato proprio nei suoi stessi valori patrimoniali allora, e solo allora, può diventare anche una "risorsa". Troppo difficile? Troppo astratto? Troppo da professorucoli nullafacenti e a stipendio fisso? Chi ha collaborato alla redazione del Piano è abbastanza vaccinato per non offendersi. Ciò che conta è che si condivida questa idea di patrimonio: di bene non da erodere ma da trasmettere, proprio perché la ricchezza che nel presente ne deriva sia anche ricchezza duratura per i nostri figli e nipoti. Ebbene questa ricchezza è costituita da fattori che del paesaggio sono forma, struttura e motore a un tempo: come il sottosuolo, le reti ecologiche, le visioni panoramiche, le montagne, i borghi e le città, le campagne e le attività agricole. E tutto l'universo del fare che connota la storia umana. Ma c'è un "però" che il Piano pone con chiarezza, a cominciare da quelle "criticità" - di fatto e potenziali - che servono a orientare la sua applicazione nel governo locale. Ossia l'urgente necessità di coltivare nuova ricchezza collettiva tutelando il valore di quel patrimonio nel lungo andare e non erodendolo ad opera di "rendite" di posizione di breve periodo. La questione è tutta qui. Siamo disposti a condividere o no questa consapevolezza e a trarne le logiche conseguenze? Se sì, al netto di qualunque preoccupazione elettoralistica e di qualunque contiguità di lobbying, allora serve un Piano del paesaggio con riferimenti certi, direttive efficaci e indirizzi che non siano flatus voci ma il discrimine tra una responsabilità pubblica e sociale e l'arbitrio di chi ragiona nell'oggi per l'oggi tanto domani se la vedranno altri! In mancanza di ciò, un Piano è esercizio tanto inutile quanto inutilmente faticoso (oltre che costoso). Emblematico il conflitto delle Apuane. E' vero, si è sempre "scavato e sottratto" trasformando montagne, crinali ed equilibri visibili e invisibili. Ma come cambiano le tecnologie e le opportunità di mercato così cambiano le culture e le sensibilità ambientali. Oggi conciliare "tutela sviluppo" diventa un escamotage retorico: o il secondo consegue alla prima e si produce nei limiti che da essa derivano, oppure è mero opportunismo lucrativo all'insegna del "finché ce n'è". Diversamente, è inutile continuare a parlare di regole, parchi o enfatizzare lo stesso "Expo" in nome del "pianeta" , così come potremmo buttare a mare il Codice dei beni culturali e del paesaggio. Né vedremmo all'interno della stessa "comunità" apuana, imprenditori, associazioni, liberi cittadini e Comuni che pur sottovoce questa nuova consapevolezza esprimono nelle loro stesse scelte aziendali e nel rigore con cui le sostengono. Gli autori sono docenti dell'Università di Firenze