Negli Usa i nuovi standard della sicurezza cambiano i criteri dei progetti File ai cancelli, applausi da stadio e 20 minuti di autografi per Frank Gehry, che lunedì sera ha tenuto una conferenza alla casa dell'architettura di Roma. Il progettista del Guggenheim Museum di Bilbao e della Walt Disney Concert Hall di Los Angeles ha parlato a braccio per poco più di un'ora, rispondendo alle domande di studenti, studiosi, giornalisti. Ha parlato di architettura dei musei, demolendo «il feticcio molto in voga in questi anni del museo come scatola bianca, che deve restare perfettamente neutra e asettica rispetto all'opera d'arte», quando le opere d'arte «avrebbero bisogno invece di essere riportate in quegli atelier in cui sono nate». E ha bollato come «grandi magazzini» tutti i musei costruiti negli ultimi 4-5 anni, mentre ha rivelato che «in privato molti artisti si lamentano del nuovo Moma, anche se non vogliono dirlo in pubblico per paura di non poter più esporre in quegli spazi». Ha parlato di architettura e città («può capitare che l'architettura non tenga il passo della vita della città, ma a volte pensiamo troppo agli edifici, mentre dovremmo lasciarci andare allo spirito del luogo: è più importante vivere che pensare agli edifici»). Ha parlato degli edifici «che vivono più a lungo delle funzioni cui sono destinati» e devono quindi avere un valore etico che duri nel tempo, possano essere testimonianza «dell'orgoglio pubblico». E ha parlato di architettura e politica, non disdegnando i riferimenti all'attualità. «I giornali dovrebbero scrivere ha detto Gehry di quanto sta accadendo a Ground Zero, dove noi stiamo realizzando tre teatri sotto la torre principale. Accade che gli edifici erano stati progettati tutti a prova di 5mila libbre di esplosivo, ma, dopo l'attentato di Oklahoma City, dove furono impiegate 36mila libbre di esplosivo, la Polizia di New York abbia chiesto di riprogettare tutto a prova di 18mila libbre di esplosivo. Questo sta costringendo tutti a riprogettare gli edifici a questo standard». A partire dalla Freedom Tower, l'edificio-simbolo della rinascita, con cui Daniel Libeskind ha vinto il concorso per la ricostruzione. L'ossessione per la security negli edifici pubblici, insomma, imperversa in tutto il mondo occidentale e rischia di snaturare il lavoro degli architetti e anche la natura urbana di certi spazi che nascono proprio per l'incontro e si trovano segmentati fra mille barriere di sicurezza. Ma sulla security, Gehry preferisce buttarla in politica. «C'è dice un diverso grado di sensibilità e di preoccupazione a seconda che una persona abbia perso uno dei propri cari in un attentato oppure no. E io sento questo problema come grande, mi sento molto vicino a chi ha perso qualcuno. Quindi dico che è giusto avere questa attenzione alla security. Rilevo soltanto che, forse, tutti questi sforzi di sicurezza che stiamo facendo potrebbero essere evitati se cercassimo il dialogo con le altre culture, se condividessimo le risorse che abbiamo sulla Terra con gli altri popoli, anziché spenderle per andare a bombardare l'Iraq». Applauso dei 200-300 studenti presenti, così come quando uno di questi gli chiede cosa pensi dell'architettura fascista a Roma. «Non mi piace l'architettura fascista, non mi è mai piaciuta. E non mi piace il fascismo. Francamente non sono neanche contento di quel che sta facendo George Bush». Altro applauso. Gehry ha ironizzato non poco anche sul proprio percorso artistico. «Tutti mi conoscono ha detto a un certo punto per il museo Guggenheim di Bilbao e per la Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, eppure, dopo queste opere, nessuno mi ha più chiamato a realizzare né un museo né un auditorium». Delle origini in California, fine anni 60, dice che «c'era un clima facile, non la condizione al contorno difficile come oggi, non c'era quell'impegno intorno a un edificio». E dell'architettura di oggi dice che «il computer ha cambiato le regole del gioco, consentendo di passare dalle forme banali preferite dall'industria delle costruzioni alle forme pure. Anche se io è la sua chiusura un pc non so neanche accenderlo» (ma la sua società produce software per l'architettura).
Frank Gehry, il padre del Guggenheim di Bilbao: riportiamo l'arte negli atelier dove è nata. Basta con i musei-scatolone
Frank Gehry ha tenuto una conferenza alla casa dell'architettura di Roma, dove ha discusso di architettura dei musei, demolendo il feticcio del museo come scatola bianca. Ha bollato come grandi magazzini tutti i musei costruiti negli ultimi 4-5 anni e ha rivelato che molti artisti si lamentano del nuovo Moma. Ha parlato anche di architettura e città, sottolineando l'importanza di lasciarsi andare allo spirito del luogo e di costruire edifici che vivono più a lungo delle funzioni a cui sono destinati.
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