SE PERÒ continuiamo a credere che la politica sia un affare personale di questi e di quelli, rappresentanti di una presunta parte o di un'altra, rassegniamoci a osservare con un certo gusto del brutto e per un lungo periodo la spettacolare impotenza degli organismi dirigenti del San Carlo e del Mercadante. Nessuno in realtà sa che pesci pigliare. Come peraltro si accinge a mostrare in anteprima nazionale il Mibact con i prossimi risultati del fantasmagorico concorso internazionale per la nomina dei futuri megadirettori dei nostri musei, a Napoli e non solo il vuoto culturale delle presunte politiche innovatrici, efficientiste e moderniste è inevitabilmente destinato a partorire soluzioni di basso profilo, o meglio nomi proporzionati ai budget ridicoli che le istituzioni pubbliche assegnano al teatro, alla musica, all'arte. Non c'è politica per la cultura in Italia, ma solo scontri provincialissimi e clientelari tra personaggi di secondo piano, perché non ci sono soldi e quei pochi da dividere sono nelle mani incompetenti di governatori, sindaci, assessori, tutti mediamente convinti di poter usare le risorse pubbliche a proprio piacimento. Tornando a noi, in quale paese civile l'avrebbe fatta franca un presidente della Regione che non potendo imporre la rielezione a presidente di una fondazione culturale di un collega di partito, lo nomina commissario col beneplacito del ministero, non senza aver prima minacciato pubblicamente il taglio dei finanziamenti europei? Che dire poi di un concorso bandito da un'altra fondazione per assumere personale di un teatro, le cui procedure e i cui risultati sono ora nelle mani dei magistrati, mentre i vertici resistono aggrappati alla propria reputazione professorale, come se non fosse stata la politica a nominarli a quell'incarico di amministratori non proprio eccelsi, visto il guaio che hanno combinato? O è il caso di parlare del futuro sovrintendente del San Carlo, figura che dovrebbe avere qualità taumaturgiche per guarire un malato grave con la bacchetta magica del prestigio internazionale, negli ultimi anni non richiesto, finora mai desiderato e oggi soltanto sbandierato contro i candidati dell'uno o dell'altro? Le fondazioni culturali campane sono luoghi del commercio clientelare degli amministratori locali, bassifondi frequentati per vezzo o per diletto anche da gentiluomini (è il caso certamente del professor Giannola, il personaggio oggi più discusso) sedotti dal richiamo mellifluo della politica, molto spesso esperti di procedure, quasi sempre carenti in conoscenza degli ambienti e delle pratiche culturali su cui sono chiamati a sovrintendere. Sono loro le foglie di fico di un potere che fa di peggio solo quando si presenta in prima persona, come oggi accade nel consiglio d'indirizzo del San Carlo con Caldoro e de Magistris a contendersi lo scettro, cioè la nomina del futuro sovrintendente. Il sindaco invoca trasparenza delle procedure qui come al Mercadante. Il governatore gli oppone parole non proprio concilianti sul presunto isolamento di Palazzo San Giacomo. C'è aria di rissa. È vero. Ma qualcuno può dire di aver capito quali sono le due diverse visioni culturali in campo? La trasparenza invocata dal sindaco è un criterio sufficiente per la scelta della dirigenza dei vertici e del personale delle istituzioni culturali? Le maggioranze nei cda, al momento nella disponibilità del governatore, sono garanzia per decisioni di qualità? Solo a ragionare in questi termini viene l'orticaria. Tutto questo non è politica. D'altronde a Napoli la politica culturale è finita quando si sono tagliati i ponti tra le comunità dei teatranti, dei musicisti, degli artisti e il pubblico che si era formato negli anni, o per fingere aperture a un mercato mai visto o per declamare mitologiche partecipazioni dal basso. E quando la politica tornerà, se mai tornerà, non dovrà cambiare le persone, bensì le istituzioni. Tutto il sistema va ripensato. Quel che si è dimostrato insopportabile è la presunzione di un ceto politico fallimentare che, invocando il fantasma di capitali privati o l'avvento di un'intelligenza collettiva mai vista, ha riempito di sé, cioè di niente, il vuoto di istituzioni buone solo per privatizzare le poche risorse europee ancora disponibili. E come c'è riuscita? Appaltando all'esterno servizi su servizi con procedure di evidenza semipubblica (un po' come è accaduto per il concorso al Mercadante), così impedendo ai giovani di entrare con dignità nel mondo delle imprese culturali, che dalle nostre parti sono tutte finanziate col denaro dei cittadini. Una politica seria dovrebbe discutere di questo. E cambiare verso, come dicono quelli alla moda. Molti sostengono che il problema più grave della nostra vita pubblica è la scarsa qualità degli uomini a cui si affidano incarichi di responsabilità. È quasi sempre vero. Ma ci sono casi, e questo ne è uno, in cui le cose che gli uomini fanno sono oggettivamente sbagliate, indipendentemente dalle loro qualità personali. Le fondazioni culturali, che gestiscono solo denaro pubblico, sono luoghi insani. Bisogna metterci le mani. Cambiarle, forse abolirle. Non la loro gestione, ma la loro trasformazione in strumenti nuovi, utili alla collettività: questa sarà la partita di una politica migliore.