DOPO l'intervento di Alessandro Bagnoli (storico dell'arte della soprintendenza, e fra i massimi conoscitori di arte senese) è apparso a tutti evidente l'aberrazione di un simile intervento di "eugenetica" artistica: la Pinacoteca è un organismo vivo, che ha le sue radici nel tardo Settecento, e che ora non può essere fatto a pezzi senza ucciderlo. Ma accanto a questo "no", dall'incontro senese è uscito un ancor più importante "sì" nei confronti del progetto che si presenta come il fulcro della politica culturale a Siena nei prossimi anni: quello del grande polo museale da realizzare al Santa Maria della Scala. Si tratta di un'idea ormai antica, che ha padri nobili nelle figure di storici dell'arte come Cesare Brandi e Giovanni Previtali, e che approdò anche in sede istituzionale quando (ormai tre lustri fa) il ministero per i Beni culturali era guidato da Giovanna Melandri. Il Beaubourg senese come fu chiamato ai tempi di Brandi vedrebbe confluire un gruppo di musei nell'enorme città ospedaliera medioevale (duecentomila metri cubi) che sorge di fronte al Duomo: la Pinacoteca stessa (tutta intera!), il Museo Diocesano, il Museo Archeologico, il Museo del Santa Maria (con le opere mobili e immobili che appartengono all'ospedale). E qui si apre un bivio: perché si potrebbe trattare di un condominio di musei (grado zero dell'integrazione), ovvero di un sistema coordinato, o infine di un unico museo "federato", articolato in tante sezioni (la cui proprietà rimarrebbe impreguidicata) guidate da un curatore, ma con un unico direttore e un unico consiglio scientifico. Quest'ultima soluzione non è solo la più ambiziosa: essa è forse anche la più pratica, perché eviterebbe alla radice ogni rischio di anarchia ed immobilismo, e permetterebbe di creare anche una rete di laboratori di restauro ed indagine al servizio dell'intero complesso. Questo grande Museo di Siena avrebbe anche il vantaggio di avere un'identità così forte da non naufragare nel polo museale toscano che sta per nascere in forza della riforma dei Beni culturali voluta dal ministro Franceschini. Ed è aperta la discussione sull'istituto giuridico più adatto a questo Beaubourg (consorzio, fondazione o altro): con l'unico caveat che non si costruisca un cavallo di Troia che conduca ad una privatizzazone- commercializzazione come quella che, dall'altro lato della piazza, ha investito l'Opera del Duomo senese (un destino che sembra preannunciato dalla funesta, recentissima decisione della giunta di appaltare a un grande soggetto privato Civita? la realizzazione di mostre proprio al Santa Maria: un modello in cui l'amministrazione pubblica delega la politica culturale al mercato). E non è tutto: nel Santa Maria è già collocata la biblioteca di uno dei più grandi storici dell'arte del Novecento italiano (Giuliano Briganti), attualmente sottoutilizzata ed isolata. Questo nesso dovrebbe diventare vitale, e il complesso potrebbe accogliere la Scuola di specializzazione in storia dell'arte, e poi almeno una sezione del Dipartimento di scienze storiche e di beni culturali. Oltre che, naturalmente, spazi comuni, laboratori didattici per bambini, librerie, ristoranti. Insomma: il Santa Maria della Scala del prossimo futuro può diventare un luogo dove il nesso tra conservazione, produzione e redistribuzione della conoscenza e sovranità dei cittadini sia e rimanga evidente. Non è un libro dei sogni, ma un grande obiettivo politico, di rilievo addirittura nazionale. E il calore dei senesi dimostra che malgrado le avversità di questo tempo è giunto il momento di provare davvero a centrarlo.