Il centenario della distruzione delle mura di Bologna, avvenuta a partire dal 1902, ha fornito l'occasione per un'approfondita riflessione sul significato dell'evento, tanto sotto il più evidente profilo urbanistico, quanto, non di meno, dal punto di vista politico, sociale, economico e culturale. E' stata, in particolare, la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna (ma anche il Resto del Carlino) a proporsi di ampliare le conoscenze su queste tematiche, consapevoli che la misura dell'oggi e le prospettive del domani debbano configurarsi solo attraverso un costante confronto con le ragioni delle scelte del passato. Ecco, allora, prender corpo il vasto progetto di ricerca, anticipato da un convegno e conclusosi con la pubblicazione dell'imponente volume: I confini perduti. Le cinte murarie cittadine europee tra storia e conservazione per i tipi della bolognese Editrice Compositori. Bologna, dunque, come caso rappresentativo ed emblematico di una pesante frattura con la tradizione della città antica, chiusa da una sorta di scrigno prezioso all'interno delle proprie mura secondo un'immagine da sempre codificata dalla grande produzione artistica locale. Fu soprattutto l'esigenza di mantenere i ritmi dettati dall'idea dominante di progresso a spingere verso l'apertura degli spazi attorno al centro storico. Un progresso che evocava il pulsare di fabbriche operose, il combinarsi di estesi traffici commerciali, il dinamismo di un'economia espansiva e che, quindi, metteva in moto sensibilità culturali tutte proiettate verso il ripudio dell"antico', inteso quale ostacolo allo sviluppo stesso della società. E cosa c'era di più immediatamente evocativo delle modalità di vita del passato rispetto alla presenza di una cintura muraria? La decisione non trovò, quindi, ostacoli reali in città: neppure nel vecchio Carducci, in odore di Nobel; neppure in uno dei padri della prima legge di tutela dei Beni Culturali, il ravennate Corrado Ricci. Si parlò, al contrario, di necessità di favorire la condizione igienica cittadina attraverso il libero spirare verso il centro dell'aria pura della campagna. Si pensò a un riassetto edilizio degli spazi lasciati scoperti dall'abbattimento. Si diede lavoro a masse di braccianti e terrazzieri disoccupati. La sola voce autorevole di Alfonso Rubbiani (il protagonista del riassetto urbano cittadino nel segno di una riscoperta dell'armonia medievale) si levò a stigmatizzare una scelta che gli pareva snaturare la fisionomia della Bologna più autentica. A nulla valse il suo argomentare se non a contribuire, in accordo con il ministro competente, a salvare la permanenza delle principali porte, a perenne memoria della passata monumentalità, allora minacciate dai progetti di viabilità della giunta comunale. Attraverso la sequenza delle vicende bolognesi si ritrova, dunque, il senso complessivo delle strategie urbanistiche dell'epoca, in definitiva orientale verso modelli di città ispirati ad un decoro civico fatto di grandi arterie adatte, ad un tempo, al passeggio borghese e alla facilità delle comunicazioni commerciali. Obbiettivi certo difficili da raggiungere nelle nostre città connotate dalle anguste contrade medievali, ma che comunque furono tenacemente perseguiti. Ed il volume ne documenta i più diversi aspetti che in pochi casi (Lucca) si risolsero in scelte conservative. Poi lo sguardo s'allarga a Francia, Germania, Svezia, al Mediterraneo colonizzato d'inizio secolo, fino al continente africano e ai suoi ben diversi bisogni di costruzione di spazi urbani. Con un'attenzione particolare alla situazione di Tripoli, italiana dal 1912, dove l'esigenza di una nuova cerchia muraria difensiva, assai più larga di quella esistente attorno alla Medina, pose il problema del rapporto tra modernità architettonica e conservazione dell'esistente come in una sorta di concreto laboratorio. Il tema dell'oggi, questo, per tutte le città d'antica origine, che proprio la dirompente eliminazione delle mura mise in rilievo fin da oltre un secolo fa con tutte le inevitabili conseguenze sulle forme di convivenza cittadina.