Ha rianimato la Triennale. Sì, però l'ha snaturata. Tutta la città della cultura ne parla della nuova Triennale di Davide Rampello. Chi per lodarla: era in coma, adesso è viva. Chi per criticarla: era un'aristocratica vetrina di grande architettura e sofisticato design, ora è un caotico baraccone di superficiali mostre blockbuster e di frivoli eventi mondani. Lui, Rampello, 57 anni, siciliano di Raffadali (un paese di origini arabe in provincia di Agrigento), una vita da mediano in Fininvest-Mediaset (ha fatto un po' di tutto, dal regista al dirigente), presidente della Triennale da due anni (alla sua nomina, un paio di consiglieri illustri, Bassetti e Panza di Biumo, si dimisero per protesta), sfodera uno dei suoi sorrisi furbi, tra l'ecumenico e il terzista, quindi snocciola fatti e numeri. I fatti: nuova libreria, nuova biblioteca, nuovi bar e caffè all'aperto, nuovo (dal 2006) museo del Design. I numeri: da 34 mila visitatori l'anno a mille al giorno. In una città che piange miseria, denuncia i tagli pubblici alla cultura e la latitanza degli sponsor privati, a lei i soldi non mancano. Dove li trova? «Da chi crede nei nostri progetti. Il Comune finanzia il restyling del Palazzo dell'Arte: due milioni e mezzo. Il ministero dei Beni culturali e la Regione, presidente Formigoni in testa, sostengono il museo del Design: e sono altri cinque milioni circa». Facile: il Comune è proprietario del palazzo, Ministero e Regione sono di centrodestra, come lei. «Se è per questo, il presidente della Provincia Penati ha appena annunciato che entrerà nella Triennale. Anche a sinistra, come vede, apprezzano il nostro lavoro. Quanto ai denari, vorrei aggiungere che molte delle nostre attività sono autofinanziate». In quale misura? «Il bilancio annuale è di circa sei milioni. Metà vengono dagli enti pubblici, un quarto dal credito bancario, un altro quarto dall'autofinanziamento: biglietteria, affitto degli spazi. Solo l'incasso della biglietteria è passato da 30mila a un milione e 200mila euro l'anno». Quanto vi costa una mostra? «Dipende. Tra quelle attualmente aperte, per esempio, Le case nella Triennale è costata 90mila euro, Star Wars 300mila». Molti si chiedono che cosa c'entrino le guerre stellari con la Triennale. «E io mi chiedo dove sta scritto che la Triennale deve occuparsi solo di architettura e design. La Triennale è anche arti decorative, moda, arti visive, comunicazione. In una parola: contemporaneità. Star Wars documenta uno degli ultimi, straordinari capitoli di alto artigianato applicato al cinema. È una mostra importante, non a caso dopo Milano andrà alla Villette di Parigi». Lo statuto della nuova Triennale, approvato tre anni fa, prevedeva l'ingresso dei privati in consiglio di amministrazione ma finora non s'è fatto avanti nessuno. «Colpa nostra. Cioè, colpa di uno statuto, impostaci dal Ministero, che sembra fatto apposta per tenere i privati lontani. Impone loro quote esagerate: 500mila euro l'anno. Ovvio che stiano lontani. Dovremo cambiare lo statuto». Intanto, rinunciate ai privati? «Al contrario, cerchiamo di coinvolgerli con altre strategie. Non è vero che il privato sia insensibile alla cultura, è che va motivato. Non come semplice sponsor ma come partner. Studiando insieme i progetti più adatti che gli assicurino adeguata visibilità e possibilità di comunicazione». Qualche esempio? «Tutti gli arredi della nuova biblioteca ce li hanno regalati aziende private. Per la mostra di Gaetano Pesce, il Macef ci ha dato 250mila euro. Un altro contatto importante lo abbiamo attivato con l'Ance, l'Associazione nazionale costruttori, per la festa dell'architettura». La crisi della Scala ha innescato un dibattito sulla crisi più generale della cultura a Milano. Il suo giudizio? «Il ribaltone della Scala è stato spiegato male e gestito peggio. Fontana era un bravo sovrintendente, anche volendo cambiare si doveva aspettare la fine del suo mandato. Ora è tutto da reinventare. E questa può essere una chance. A patto che si abbia il coraggio di cambiare davvero, puntando su nomi nuovi, giovani, internazionali». Milano è una città che sa produrre cultura? «A giudicare dalle decine di inviti che ricevo ogni giorno si direbbe di sì. Le iniziative non mancano, e spesso di qualità. Quel che manca, piuttosto, è una regia che sappia ordinare tutte queste iniziative e sappia trasformarle in un sistema riconoscibile». Che cosa suggerisce? «Un'idea più laica, meno ideologica, del rapporto tra pubblico e privato. Tutti dovrebbero fare la loro parte, nella convinzione che la cultura è un elemento fondamentale del welfare, perché aiuta tutti a vivere meglio. Milano oggi è prigioniera della doppia politica dello scarica-barile e del rancore, una politica che produce mediocrità. Ci vorrebbe più generosità da parte di tutti». Sta studiando per diventare assessore alla cultura? «No, la politica milanese in questo momento non mi attrae, trovo che sia la destra sia la sinistra siano stanche, grigie. L'unico episodio politico che mi ha entusiasmato, ultimamente, è stata la vittoria di Cacciari a Venezia. E poi, qui in Triennale ho ancora molto da fare». Che cosa c'è nel futuro della Triennale? «Intanto, ad agosto, per la prima volta dopo tanti anni, terremo aperto il palazzo, con la mostra Star Wars e il Fiat Design nel parco. A settembre, inaugureremo una grande mostra su Joe Colombo che sarà affiancata da una serie di eventi, dedicati al pubblico giovanile, sulla Street art e il fumetto. Quindi, nel 2006 apriremo il museo del Design. E nel 2008 tornerà la grande mostra triennale. Ci stiamo già lavorando». Lei è arrivato alla Triennale dopo una vita in Fininvest. Che cosa si è portato dietro di quella esperienza? «La capacità di motivare la gente, tutta la gente che lavora con me. Credo di poter dire che i risultati si vedono».