LO STUDIO di questo tema è stato ed è quindi una delle vie essenziali per intendere sia l'identità culturale e istituzionale di una società, sia i modi e gli strumenti che ogni società si dà per pensare e dialogare con la diversità. Come ovvio, questa ricerca storica è al cuore anche della nostra storia europea: da Machiavelli a Voltaire, a Weber e Croce, la storia si è misurata con la comprensione di questo problema, affrontando questioni particolari e documenti determinati. Occorrono, cioè le fonti. Senza l'archivio, il luogo dove, per usare una formula, è depositata la memoria delle nostre società, questa storia e ogni altra storia non si può fare: diviene apologetica, romanzo, retorica tribunizia, gradevole magari, ma non è verità. Tra le fonti più ricche per lo studio della religione in età moderna sono quelle depositate negli archivi diocesani. Si tratta dei documenti, di vario genere, che hanno prodotto le curie vescovili. Si può facilmente immaginare, quindi, l'importanza che tali raccolte hanno per lo studio della vita culturale e istituzionale italiana. Importanza cruciale, perché fanno comprendere come nella dialettica Stato-Chiesa entrambe quelle istituzioni si siano trasformate. Dirlo a Napoli, dove sono state pubblicate le opere di Vico e Giannone, è forse una banalità, ma purtroppo necessaria. A Napoli esiste un ricchissimo archivio diocesano, il più importante in Italia insieme a quelli di Milano e Roma. Da circa cinque mesi purtroppo la sua consultazione si è fatta assai difficile. Il direttore Illibato, che lo ha diretto per lunghi anni con competenza e larga disponibilità, non può più guidarlo come in passato, anche perché non più aiutato da persone come lui pronte anche a guidare gli eventuali (molti) inesperti studiosi. Il nuovo personale, volontario e assai gentile, non riesce però a gestire adeguatamente l'archivio. Che richiede non soltanto la conoscenza delle collocazioni, ma il lavoro di esplorazione e di riordino delle fonti, per permetterne la consultazione pubblica. A Milano il cardinale Martini è riuscito a utilizzare cospicui fondi per permettere l'apertura del locale archivio diocesano, che è organizzato e mantenuto in modo mirabile. L'archivio napoletano è forse di ancor maggiore rilievo per la documentazione che possiede. Qualunque ricerca sulla storia cittadina e, più in generale, del regno meridionale trova lì fonti significative. Già molti anni fa, fu pubblicata una guida all'archivio a cura di Carla Russo e Giuseppe Galasso da cui traspare la ricchezza di queste fonti. Dalla storia architettonica e amministrativa delle chiese e dei conventi, alla vita delle parrocchie (si pensi ad esempio alle parrocchie al tempo della rivoluzione napoletana), alle serie giudiziarie, alla Compagnia dei Bianchi della Giustizia, all'Inquisizione, è un archivio che si può dire vitale per la nostra storia, non soltanto per la storia confessionale della diocesi napoletana. Qualcosa si è fatto per segnalare all'arcivescovo cardinale Sepe le condizioni dell'archivio e la necessità di provvedere alla sua ripresa. Io stesso ho firmato un appello, che non ha mai ricevuto risposta. La situazione è inaccettabile. Nel 2000 è stato firmato un accordo tra il ministero dei Beni culturali e la Cei, che obbliga le istituzioni ecclesiastiche a provvedere a un dignitoso funzionamento dei loro archivi. Che si faccia rispettare questo impegno è richiesta non eccessiva, ma legittima e urgente.