Il Comune vuole internalizzarle La vera priorità è aprirne altre soprattutto nei quartieri disagiati COSA dovrebbe fare il Comune di Roma per la cultura? Domanda apertissima che produce immediatamente un finimondo di risposte: bisogna conservare bene il patrimonio, proteggere la grande bellezza, bisogna potenziare le grandi iniziative artistiche, cinematografiche, letterarie, alimentare musei e festival, ma bisogna anche diffondere la cultura nelle periferie, impedire la morte semiannunciata del teatro, rendere la cultura viva e vivace, bisogna che quella certa meritevole associazione abbia i fondi necessari, ma che li abbia anche quell'altra e così via, chi più ne ha, più ne metta, perché è tutto giusto. E allora dico anch'io la mia: è assolutamente necessario che le biblioteche romane possano proseguire al meglio il loro straordinario lavoro. Attualmente c'è un po' di maretta, perché il Comune intende procedere con l'internalizzazione. La parola è astrusa e pressoché incomprensibile: in sostanza si vuole sopprimere l'Istituzione Biblioteche per riportare tutto quanto all'interno del sistema di Roma Capitale. I nostri bibliotecari non sono per niente convinti che sia la scelta giusta, temono di perdere indipendenza e libertà di scelte, sentono sopra le teste lo schiocco delle forbici pronte a tagliare gli investimenti, che già sono assai scarsi. La verità è che sarebbe necessario aprire nuove biblioteche, perché in molti quartieri, soprattutto quelli più disagiati, questi sono gli unici spazi in cui promuovere la conoscenza, la socialità, la bellezza. Dove c'è una biblioteca, lo affermano le statistiche, c'è meno sofferenza sociale, meno delinquenza, meno solitudine. È finita l'epoca delle manifestazioni roboanti ed effimere, ora bisogna posare pietre che durino nel tempo, allineare libri negli scaffali, rilanciare la lettura e la condivisione del sapere. Le biblioteche romane sono una quarantina: puntiamo ad aprirne almeno altre dieci nei prossimi anni, sarebbe un magnifico programma culturale.