Tomaso Montanari è un ibrido contemporaneo, un intellettuale cyborg come pochi se ne vedono nel panorama nazionale: "normalista", professore associato di Storia dell'arte moderna all'università di Napoli Federico II, collaboratore dell'ex ministro Massimo Bray, ha molto poco dell'accademico, tiene un blog su questo giornale e parla da vero rivoluzionario, di una rivoluzione democratica che parte dal patrimonio culturale. "Il patrimonio dei beni culturali serve alla crescita della cultura, non del Pil", dice anticipando una delle tesi affrontate nel suo ultimo libro "Privati del patrimonio" in uscita il 24 febbraio per Einaudi. Montanari sarà, oggi pomeriggio alle 17, 30 al Teatro Massimo, ospite d'onore de "La festa degli auguri" che celebra il trentennale della Fondazione Salvare Palermo. Il suo intervento oggi prenderà le mosse dal suo ultimo libro: qual è il nucleo centrale? "Oggi pomeriggio vorrei proprio partire da una frase usata dal neo eletto presidente della Repubblica Sergio Mattarella, un palermitano: 'Nell'applicare la Costituzione non dobbiamo dimenticare l'articolo 9 ("La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione", ndr) e amare i nostri tesori artistici e monumentali'. Nessun presidente prima di lui ha usato il verbo amare, che non è sinonimo di tutelare né tantomeno di sfruttare, ma è quasi una citazione del vangelo di Matteo 'Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore'. Se faccio cultura faccio economia, non finanza e invece da trenta anni a questa parte si è guardato solo ai privati come salvatori, dando i tesori in mano all'industria dei grandi mostri e all'universo opaco delle fondazioni". Quindi niente privati nella gestione del patrimonio artistico? "Io penso ch abbiamo fatto ammalare la medicina. Il progetto deve essere quello di puntare sull'educazione, fare storia dell'arte a scuola come non si è mai fatta, aumentare i finanziamenti alla cultura adeguandoci alla media europea, all'Inghilterra, alla Spagna che investe tre volte tanto quello che investiamo noi. Lo Stato deve fare la sua parte, non può sottrarsi. I modi per farlo ci sono, vanno usate le cooperative di archeologi e storici dell'arte per la gestione dei siti, come è avvenuto per le catacombe di San Gennaro a Napoli, dando lavoro a gente competente. Oppure con un azionariato diffuso e il crowfunding, con il mecenatismo popolare, come ha fatto la Coop con il Battistero di Firenze. Ci vuole una politica a km zero, slow food e non i McDonald come Civita, che vuol dire Gianni Letta, non marchiare il territorio con operazioni commerciali con le sponsorizzazioni, come ha fatto Della Valle con il Colosseo: queste sono operazioni di marketing, metto dieci e guadagno duecento". Ma in Sicilia non ci sono solo problemi di tutela e valorizzazione, ma proprio di fruibilità e gli unici siti che sembrano dare risultati sono quelli gestiti da privati. Qual è la soluzione? "Il modello siciliano purtroppo è fallimentare e paga il prezzo di un'autonomia alla quale bisognerebbe avere il coraggio di rinunciare. È l'unico caso in Italia nel quale le Soprintendenze sono sotto la politica e quando la tutela è troppo vicina alla politica si finisce in episodi sgradevoli come il caso di Beatrice Basile a Siracusa, un episodio che dimostra che non bisogna accettare ingiustizie ma bisogna lottare con tutti i mezzi. La Sicilia poi è un luogo emblematico di un sistema esasperato e agonizzante in tutta Italia. Bisogna davvero partire da una rivoluzione di base, i beni culturali sono i luoghi della vita democratica, non solo spazi del bello e dell'evasione e quindi quando si deve fare a meno di qualcosa si fa a meno della cultura". Ma in Sicilia per esempio è stata abolita la tabella H, dimezzati i finanziamenti pubblici e a chi si è lamentato si è dato dell'incapace di far soldi con la cultura. Come replicare? "Non è che manchino i soldi, è che non sappiamo dove metterli. La cultura non serve a fare soldi, serve a farci evolvere come esseri umani e i musei non sono luoghi dove si custodisce il passato, ma dove si costruisce il futuro e per questo bisogna abolire i biglietti d'ingresso. Non dobbiamo rassegnarci a uno Stato che non funziona, ma anzi dobbiamo pretendere che sia giusto. I guadagni della cultura si misurano in conoscenza". Qual è il bene che le sembra meglio funzionare in Sicilia? "Una riserva ambientale, quella dello Zingaro per la quale i cittadini si sono battuti per evitare che ci passasse l'autostrada ed è un posto che viene visitato sempre e nel quale si fa ricerca. E non è vero che i cittadini sono meno sovrani dove non si può costruire". A Palermo cosa andrà a visitare? "Sono a Palermo con i miei figli che non l'hanno mai vista e vorrei che la girassero come hanno fatto con le altre città perché è un pezzo della loro identità di italiani. Sicuramente voglio fare una visita al Museo delle marionette, voglio che vedano 'vivi' i paladini"-