Se l'Italia fosse un paese totalitario, non ci sarebbero questioni sulla gestione della cultura. N iente polemiche su concorsi, presidenze, finanziamenti: uno decide, gli altri zitti e muti. L'Italia, invece, è un paese democratico e, anche se «regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano» (Benito Mussolini), certe misure di trasparenza e qualità andrebbero rispettate. Tuttavia la politica tende a piegare tutto ai propri scopi, e ad arginarne la bulimia ci sono solo le scadenze elettorali. Succede così che la parte vincente rivendichi pieni poteri per tutto il periodo in cui sta in sella. Poi, quando le elezioni si avvicinano, cerca di blindare le sue pedine mettendole al riparo da prevedibili cacciate, ben sapendo che, a elezioni perdute, scatta lo «spoils system», e i posti al sole passano all'avversario. Sostenere con forza il proprio diritto di decidere può anche essere opportuno dovunque serva la capacità di far avanzare speditamente i progetti oltre la palude dei continui rimpalli e patteggiamenti. Diverso è il caso della cultura, che esiste soltanto se la si dispensa da ogni ossequio nei confronti dell'Autorità. La cultura, tra l'altro, dovrebbe permetterci di giudicare chi ci governa, ed è forse per questo che chi ci governa se ne vuole servire imprigionandola in logiche claustrofobiche e autoreferenziali. In Campania non passa giorno che in questo campo non si contino morti e feriti. Abbiamo ora il caso Mercadante con le sue opacità su cui la magistratura vuol fare chiarezza. E abbiamo un caso quasi di scuola a Ravello, dove la maggioranza del consiglio d'indirizzo della Fondazione che governa quell'antico Festival ha eletto un nuovo presidente nella persona del sindaco Paolo Vuilleumier, mentre l'on. Renato Brunetta, scaduto il 31 dicembre, si dice vittima di un illegittimo colpo di mano, in ciò confortato dalla lettera quanto meno irrituale del presidente Caldoro in cui si minacciava il disimpegno della Regione (e dei suoi sostanziosissimi finanziamenti) se si fosse toccato il suo uomo. Cuore del problema resta il fatto che tanto il Mercadante quanto Ravello e quasi tutto il resto si reggono esclusivamente su fondi pubblici. Benché sempre invocato a gran voce, in Campania il soccorso dei privati alla cultura resta infatti del tutto marginale e irrilevante. Senza i soldi della Regione, la cultura è cosa da illusi votati a indebitarsi e fallire in nome di un'idea. Con quei soldi, può invece spacciare per memorabili anche le manifestazioni del più vieto e attardato provincialismo (il che accade spesso). Come si può dunque sperare che possa affrancarsi da così pelose tutele? Ieri, stando al Mattino , Caldoro è stato molto drastico sul caso Ravello. Biasimando la mancata conferma di Brunetta, ha dichiarato che «la Regione decide di uscire» giacché «le partecipazioni non strategiche sono da dismettere». Urgerebbe capire il senso dell'aggettivo «strategiche». Se il governatore intendesse che le partecipazioni della Regione sono davvero tali quando garantiscono la vita di essenziali presìdii permanenti, e lo sono un po' meno quando, con assoluta discrezionalità, beneficiano l'effimero, sarebbero parole quasi sante. Ma si capisce che «strategico», nella sua vulgata, è essenzialmente ciò che dà un ritorno politico.
Ravello tra cultura e strategie politiche
L'Italia è un paese democratico, ma la politica tende a piegare tutto ai propri scopi e ad arginarne la bulimia con le scadenze elettorali. La cultura, invece, esiste soltanto se dispensata da ogni ossequio nei confronti dell'Autorità. La maggioranza del consiglio d'indirizzo della Fondazione di Ravello ha eletto un nuovo presidente, mentre l'on. Renato Brunetta si dice vittima di un illegittimo colpo di mano. Il cuore del problema resta il fatto che la cultura si regge esclusivamente su fondi pubblici, che sono marginali e irrilevanti in Campania. Senza quei soldi, la cultura sarebbe in pericolo di fallimento.
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