Più di duemila anni fa gli amministratori della polis facevano un giuramento ai cittadini: prometto di restituirvi Atene migliore di come me l'avete consegnata. Lo trovo attuale e bellissimo. Come loro anch'io penso sia importante lavorare sulla trasformazione della città, questo vale per Bergamo come per New York. In particolare bisogna concentrare gli sforzi sulla sua parte più fragile che sono le periferie dove vive la stragrande maggioranza della popolazione urbana, numeri che sfiorano il 90. Credo che la grande sfida per i prossimi decenni sarà proprio questa: la città del futuro, la città che sarà, quella che i nostri figli riceveranno in eredità. Gli avi ci hanno lasciato splendidi centri storici che oggi, dopo una lunga battaglia, sono protetti e salvaguardati. Ma noi cosa lasceremo? Dobbiamo scoprire le scintille d'energia nascoste nelle periferie, per riqualificare e dare nuova dignità a luoghi che, nonostante tutto e anche se non sono fotogenici, possiedono una loro bellezza. Sono convinto che le periferie godano di una bellezza per la quale non sono state costruite. Spesso sono state fatte male, sono state pensate senza attenzione e affetto, talvolta quasi con disprezzo. Eppure c'è una bellezza che riesce a spuntar fuori, basta saperla cogliere. Lo scriveva Italo Calvino in «Le città invisibili» e mi piace ricordarlo: «Ci sono frammenti di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste nelle città infelici». La grande scommessa è questa: le periferie diventeranno o no urbane, nel senso anche di civili? Di certo se non ci riusciremo saranno guai, come dimostra la cronaca di tutti i giorni. La prima cosa da fare è non crearne nuove, per la semplice ragione che sono insostenibili. Oggi la crescita delle città deve essere implosiva e non più esplosiva, bisogna completare le aree abbandonate da fabbriche e ferrovie, c'è un sacco di spazio a disposizione. Si deve intensificare la città, costruire sul costruito, sanare le ferite rimaste aperte nei nostri quartieri. È necessario mettere un limite alla crescita a macchia d'olio, non possiamo più permetterci altre periferie sempre più lontane, anche per ragioni economiche. Diventa troppo costoso portare i trasporti pubblici, le fogne, aprire le scuole e persino raccogliere la spazzatura. In questo senso è importante una green belt come la chiamano gli anglosassoni, una cintura verde che definisca con chiarezza il confine invalicabile tra città e campagna. Piuttosto le periferie esistenti vanno ricucite e fertilizzate con strutture pubbliche. Parlo di luoghi per la gente dove si celebrino l'incontro e la condivisione. Se si costruiscono nuovi ospedali, meglio non farli in centro, e lo stesso vale per gli auditorium, i musei o le università. Con piccoli interventi, con quelli che definisco cantieri leggeri, si potrebbero inoltre ridurre in pochi anni i consumi energetici degli edifici esistenti almeno del 70, consolidare le scuole a rischio che in Italia sono più di 50 mila. Alle periferie occorre un'enorme opera di riparazione, di rammendo. Il rammendo urbano, parola rubata ad altre attività, non è affatto un lavoro di seconda mano, ma ha un prezioso significato sociale ed economico. Si riesce quasi sempre a passare da una zona cementificata a una zona decementificata, cioè si trasforma un brown field in un green field. Si recupera verde nei centri urbani, magari sono frange di verde, ma è molto importante. Soprattutto un green field implica che ci possano vivere delle persone che prima non c'erano: si urbanizzano dei luoghi che erano dei buchi neri, cioè diventano città.
Ridare dignità alle periferie
L'autore sostiene che le periferie delle città sono la parte più fragile e debole della città, dove vive la maggioranza della popolazione urbana. Crea la sfida per i prossimi decenni di trasformare le periferie in aree urbane e civili. L'autore pensa che le periferie possiedono una bellezza che è stata spesso dimenticata e maltrattata. È necessario concentrare gli sforzi sulla trasformazione delle periferie, costruire sul costruito e sanare le ferite rimaste aperte nei quartieri. L'autore propone la creazione di una green belt per definire il confine tra città e campagna e per ridurre i consumi energetici degli edifici esistenti.
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