LA DISMISSIONE del Trianon era solo questione di tempo. E purtroppo non è il fatto saliente. Quando il palcoscenico di Forcella fu tolto a Nino D'Angelo, scartato dall'ala destra della giunta Caldoro (l'allora assessore all'Urbanistica Taglialatela), si ascoltarono pochi fischi dalle tribune e molti applausi. In tanti non aspettavano altro che cominciasse l'attacco al cuore del sistema culturale del centrosinistra perdente. Dopo, infatti, venne l'occupazione del Teatro Festival, del Mercadante, del Madre e della Fondazione Ravello. La manovra fu preparata da una famigerata delibera regionale estiva che, azzerando la programmazione dei fondi europei della giunta precedente, gettò le dirigenze di nomina bassoliniana in pasto ai creditori, mentre gli ultras del centrodestra strombazzavano di sprechi e cattive gestioni pur di screditare i soccombenti. Come disse qualcuno, gli italiani corrono sempre in soccorso dei vincitori. Ma a Napoli lo si è sempre fatto prima e più degli altri, perché qui sono vincolanti le urgenze familiari. Se la si guarda in controluce, tutta la vicenda dello spoil system culturale gestito dalle truppe cammellate di Caldoro è un affare di famiglia, di famiglia allargata alla politica beninteso. Luca De Fusco arrivò a Napoli con i buoni auspici del protettore Gianni Letta, così ben presentato da conquistare non uno ma due incarichi e relativi stipendi: direttore del Mercadante e del Teatro Festival. Dopo cinque anni di totale padronanza, benché nessuno conosca i dati precisi del suo insuccesso al botteghino, non è difficile vedere le macerie del festival ridotto a commercio di spettacoli pseudointernazionali e del Mercadante, dove si creano scuole e si fanno assunzioni con l'acqua alla gola, sperando di prendere per la coda la legge che disciplina la costituzione degli stabili nazionali. Caldoro si è esposto sempre molto poco sulle questioni culturali, anche se per Renato Brunetta alla presidenza della Fondazione Ravello sembrerebbe volersi reincarnare nel tipo dell'uomo di potere, ma solo sui titoli di coda, come per minacciare un improbabile sequel. Tuttavia le proteste dell'assessore Miraglia e del direttore De Fusco per il presunto caso delle assunzioni clientelari o la minaccia di Caldoro di tagliare i viveri a Ravello se non gli confermano il suo capogruppo, pardon presidente, non svelano nulla di nuovo. Il centrodestra non ha creato le istituzioni culturali che si trova a governare e forse perciò non le ha mai amate. Le ha solo occupate. E, poiché della politica ha una concezione padronale, lo ha fatto con quella prosopopea efficientista che oggi gli esplode in faccia. L'orgia di concorsi pubblici con la copertura di commissioni scientifiche altolocate per vagliare curricula (già preselezionati da modernissime agenzie private) è un metodo molto praticato in Italia per eludere i titoli oggettivi. Più sono articolate e complesse le procedure, più le decisioni risulteranno opache. Nel nostro caso c'è poi un problema ancor più grande: tutte le istituzioni culturali di cui parliamo sono fondazioni, cioè enti di diritto privato, ma tutte vivono solo di denaro pubblico di provenienza regionale. Perciò delle due l'una: o si applica il modello dei concorsi pubblici, delle graduatorie, cioè della massima accessibilità e trasparenza, verificabile punto per punto, secondo i rigori della legge; o ci si affida all'onestà intellettuale e alle capacità manageriali dei dirigenti di strutture tecnicamente non soggette alle norme restrittive che regolamentano il settore dell'impiego pubblico. Privilegiare le convenienze dei secondi, sceneggiando la serietà e le asprezze tecniche della selezione pubblica a uso dei respinti e della stampa, è da insolenti ed è un'offesa all'intelligenza degli osservatori. Ciò nonostante lo scandalo della cattiva gestione delle politiche culturali del centrodestra non risiede qui. Fanno scandalo la mancanza di idee nuove e originali, la mediocrità piccolo-borghese delle proposte e la complessiva perdita di prestigio, di autorevolezza e di pubblico delle istituzioni occupate dai nominati di Caldoro a fronte di un investimento di fondi europei (decine di milioni) non inferiore in questi anni agli stanziamenti programmati dall'ultima giunta Bassolino, revocati nel luglio del 2010 dalla giunta dei moralizzatori e una volta sistemati gli organici con persone di fiducia immediatamente riassegnati. I nostri giornali, gli intellettuali, gli accademici, gli operatori culturali dovrebbero paragonare il prima e il dopo e discutere di numeri e di idee e non di assunzioni più o meno corrette di ragazzi che certamente non demeritano rispetto agli esclusi. In questo senso la dismissione del Trianon è un fatto emblematico. Lo presero per il divertimento di un assessore incompetente, che distrusse in pochi giorni il patrimonio di quattromila abbonati costruito da Nino D'Angelo. Oggi lo abbandonano a un destino infausto. E che ne sarà dei teatri, dei festival, dei musei, normalizzati e impoveriti dagli uomini di Caldoro, domani, quando il centrodestra campano si avvierà nella traversata del suo prevedibile deserto elettorale?
DAL TRIANON AL MERCADANTE E A RAVELLO TUTTA LA MEDIOCRITÀ DEL CENTRODESTRA
Il centrodestra ha gestito le istituzioni culturali di Napoli in modo inefficiente e clientelare. L'assessore Luca De Fusco è stato nominato direttore del Mercadante e del Teatro Festival, ma le sue assunzioni sono state criticata per essere clientelari. La dismissione del Trianon è stata un esempio di come il centrodestra abbia distrutto il patrimonio culturale di Napoli. Le istituzioni culturali sono state ridotte a commercio di spettacoli pseudointernazionali e si sono create scuole e si sono fatte assunzioni con l'acqua alla gola.
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