A enunciare questo postulato è Mauro Mezzina, direttore del dipartimento di Scienze dell'ingegneria civile e dell'architettura (Icar) del Politecnico di Bari, l'organismo che a Trani, da domani, organizza due giornate di confronto fra gli addetti ai lavori sulla progettazione delle città storiche. Un tema all'ordine del giorno nel dibattito dell'architettura, come pure al centro delle politiche urbanistiche che, ormai, non possono più eludere il confronto col passato delle città. Ne sanno qualcosa a Trani, dove il Comune ha da poco stipulato una convenzione con l'Icar commissionandogli lo studio del tessuto storico urbano tranese (la prospettiva è la definizione del piano particola-reggiato). «Un ordine di problematiche -dice Mezzina-che vede il Politecnico, impegnato su svariati versanti dello studio dell'interazione fra architetture nuove e storiche. Sia nell'analisi della cosiddetta città storica, colta nelle sue diverse sfaccettature, sia nelle ipotesi di progettazione del nuovo in relazione all'esistente». Insomma, l'idea di fondo è che l'analisi del costruito possa far scaturire le scelte più opportune nelle politiche d'intervento. «La disamina di un centro storico chiarisce Mezzina-non ha una valenza solo culturale, ma anche dei risvolti pratici ed economici. Perché intervenire in un tessuto storico significa anche attuare quelle politiche di mitigazione del rischio che, alla luce dei fatti, servono a risparmiarci quei danni all'esistente, al patrimonio culturale e ambientale, e, non da ultimi, agli abitanti. Argomenti sui quali tradizionalmente s'è riflettuto sempre troppo tardi quando, per esempio, i pur lievi eventi sismici che hanno interessato il Paese avevano violato la altrimenti prevedibile vulnerabilità dei centri storici». Da qui la necessità, a sentire Mezzina, di tenere conto del territorio in cui si va a operare. «Esiste un'architetturamediterra-nea - spiega - fortemente nostra cioè, che dev'essere per forza di cose distinta dalle altre. Assodato questo, in Puglia la progettazione del nuovo dovrà enfatizzare soprattutto il ricorso all'architettura muraria, che ben si sposa ai nostri centri storici, ma anche al cemento armato, purché gli interventi siano sempre calati nella tipicità delle esigenze del territorio». Regole di cautela che trovano d'accordo pure Dino Borri, direttore del dipartimento di Architettura e urbanistica del Politecnico di Bari. «Se guardiamo alla città storica- osserva -fra i centri storici propriamente detti e le relative aree di contorno, in Puglia ci si ritrova, fra'700 e '800, dinanzi a epoche di grande costruzione urbana. Con tale premessa non si può che entrare in punta di piedi nel tessuto di una città storica, cercando magari di riusare anche delle tecniche di progettazione tradizionali. E' un'avvertenza generale, ma naturalmente la vita non può fermarsi. Verificata allora la qualità del progetto contemporaneo, sarà ammesso solo laddove è coerente con l'impianto storico originario». Purtroppo proprio il contrario di quanto in genere è accaduto in Puglia. «Se non contestualizziamo la città storica nella prospettiva allargata che s'è detto - avverte Borri - rischiarilo di commettere gli errori che aBari hanno reso possibile la distruzione del murattiano. A fronte delle centinaia di edifici ottocenteschi originari ne sopravvivono poche decine e, del nuovo che s'è andato costruendo fra gli anni'50 e'60, solo alcuni architetti sono riusciti a inserirsi rispettando il contesto. Ma anche la scacchiera della Taranto ottocentesca è stata intaccata in maniera cosi grave da essere paragonabile al caso del murattiano barese, mentre Brindisi non che è una poltiglia di vecchio e nuovo, ammassati dentro la grande cinta antica più di cinque secoli». Sopravvivono, tuttavia, testimonianze di segno opposto. «Lecce è riuscita a salvarsi e - continua l'urbanista Borri - gli ottanta ettari della città cinquecentesca mantengono un buono stato di conservazione. Come nonostante tutto resistono le strade monumentali di Bitonto o Ruvo, nate fra '700 e '800, e senz'altro da annoverarsi tra le più belle strade d'Europa di quell'età. Ed esemplare è piuttosto la circostanza di Foggia, prima considerata amorfa e oggi invece risorta. Certo i bombardamenti della seconda guerra mondiale hanno distrutto la città storica, eppure gli interventi di riqualificazione dell'ultimo decennio andrebbero presi a modello. Ma oggi sono innanzitutto le periferie alte e sguaiate, con qualità di progettazione ed esecuzione che scendono di ora in ora, ad assediare l'integrità dei tessuti storici pugliesi. Ovunque». le idee I borghi sono organismi viventi l'architetto non può sconvolgerli GIUSEPPE STRAPPA La risposta è meno semplice. Va detto, innanzi tutto, che i media portano come esempio di "architettura contemporanea" quella che in realtà è una piccola parte della produzione attuale (progetti ed opere di un ristretto gruppo di progettisti appartenenti allo star System) e proveniente da un piccolo settore del mondo (quello dei paesi più ricchi e industrializzati). Quest'architettura, basata su forme che s'imprimono con forza sulla retina come le immagini della pubblicità, ha dichiaratamente rotto i ponti con i processi formativi della città storica: è rivolta, soprattutto, al consumo. Dove il termine "consumo" ha poco a che vedere con l'esaurimento (civile, funzionale, fisico) di una forma architettonica: esso si è trasformato, in realtà, in necessità imposta dai cicli produttivi, dal mercato, dalle mode. Borro mini poteva inserire, a Roma, il segno dei tempi perché la sua straordinaria ricerca individuale era in continuità con una lingua ereditata ed un processo formativo in atto (e solo le moderne storie dell'architettura, basate su rotture, eccezioni, discontinuità, hanno potuto trascurare questo dato evidentissimo). Oggi ogni architetto "contemporaneo" reinventa la propria lingua, ogni progetto deve contenere una rottura. Per questo l'architettura contemporanea "ufficiale", specialmente in Puglia, non può che provocare danni nei centri storici. Credo che qui possa essere proposto, invece, un altro tipo d architettura, altrettanto contemporanea, che considera la città come un organismo vivente, come un insieme di parti (edifici, monumenti, strade) legate tra loro da un rapporto di necessità. Mi rendo conto che, nell'età della globalizzazione e degli organismi geneticamente modificati questo non è un discorso facile da accettare. Come prova il successo delle teorie "decostruttiviste", la nozione d'organismo sembra, peraltro, essere entrata in crisi soprattutto per la recente, immensa disponibilità di risorse e di generale dilapidazione di ricchezza che caratterizza le società più ricche del mondo occidentale. Questa estetizzante liberazione dai rapporti di elementare necessità tra le cose ha finito col produrre, già ora, i sintomi della crisi: il principio d'appropriata proporzione dei mezzi rispetto ai fini da raggiungere sta progressivamente perdendo il proprio ruolo fondante nella pratica progettuale e con esso l'etica del buon uso delle risorse. Ma non è detto che si debba accettare in modo inerte l'imposizione della città informe, che finisce per ridurre a frammenti privi di senso l'opera di una millenaria civiltà urbana. Si può anche ipotizzare che il saggio impiego delle risorse, il loro organico coordinamento con la vita dell'uomo, si trasformi, da esigenza imposta dalle necessità, in valore. La città storica, una volta liberati tanto dal rapido consumo delle mode quanto dalle paludi dell'imitazione del passato, potrà divenire, allora, patrimonio operante, testimonianza viva di un'organicità minacciata, ma ancora possibile. Per questo gli interventi contemporanei nel centro storico, ed è quanto proporremo a Trani, dovrebbero risultare "aggiornamenti" di processi in atto, il granello di sabbia aggiunto, oggi, coscientemente, ad una stratificazione secolare.
la Repubblica
22 Maggio 2005
TRANI - La Progettazione del nuovo non può prescindere dalla conoscenza dell'esistente.
A.
A. Di Giacomo
la Repubblica
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Bene culturale
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