C'è qualcosa di pornografico nell'idea che un palazzo civico ospiti una convention intitolata all'«Hard Luxury», il lusso estremo. Perché Palazzo Vecchio è anche la casa di chi non ha una casa, perché in questo momento la diseguaglianza estrema è il principale problema dell'umanità, perché i principi fondamentali della nostra Costituzione impegnano la Repubblica (e dunque tutte le sue istituzioni) a rimuovere (e non già a creare, legittimare, magnificare) gli ostacoli che limitano di fatto l'eguaglianza dei cittadini (art. 3). Che questo poi avvenga per iniziativa di una giunta che dichiara di avere ancora qualche (seppur labile) nesso con una qualunque idea di Sinistra è doppiamente pornografico. Ma il lusso si obietta fa girare moltissimi soldi, e crea lavoro. Vero: ma è vero anche per la pornografia (quella ufficiale). E sospetto che questi enfatici difensori del mercato e del liberalismo impallidirebbero nel vedere il Salone dei Cinquecento trasformato nel teatro della convention mondiale dell'Hard per antonomasia. Esistono moltissimi palazzi privati a Firenze, non meno sontuosi di Palazzo Vecchio: perché non associare il lusso alla dimensione privata, invece che a quella pubblica? Ma perché il pubblico ci deve guadagnare, si dirà. Ebbene, qui casca l'asino. Perché se si predica (per me a torto) che il pubblico deve dimenticare i fini e la dignità del pubblico e trasformarsi in un purissimo privato: beh, allora deve avere anche le abilità del privato. Se non si vuole che i fiorentini, oltreché becchi, siano pure bastonati. E quale privato affitterebbe a 120.000 euro un salone a qualcuno che (sostanzialmente) lo subaffitta, ricavandoci plausibilmente almeno dieci volte tanto? Se vogliamo metterci in affari, allora facciamolo bene. Se proprio vogliamo prostituirci, almeno non facciamoci derubare. Invece l'Amministrazione sta riuscendo nel capolavoro di avere il peggio del privato (il denaro come unico metro) e il peggio del pubblico (l'incapacità di farselo dare, questo denaro). Firenze sta imboccando, temo irreversibilmente, la strada di Venezia. Siamo ormai una grande camera (a ore) con vista. Privatizziamo il patrimonio immobiliare del Comune, ci candidiamo ad essere una location per matrimoni di lusso, ci impegniamo a fare marketing pubblico per i marchi degli imprenditori disposti a fare i "mecenati". Ma allora dovremmo attrezzarci con un vero marketing della città, un vero ufficio vendite, un personale capace di tenere testa agli squali che vengono a comprarci per un tozzo di pane. Insomma, non possiamo gestire il mercimonio di Firenze con lo stesso grado di imprenditorialità, acume, flessibilità di un ufficio anagrafe. Perché c'è qualcosa che è forse ancora più irritante della corruzione morale e culturale, della perdita della dignità e della identità, dell'insensibilità sociale e del provincialismo culturale: ed è l'incapacità di fare tutto quello che ormai (e a torto) riteniamo di poter fare. La decadenza morale forse si può perdonare, l'inettitudine no.