Le linee guida su come orientarsi nella tutela di un bene religioso, frutto di piena collaborazione fra il competente ufficio della Conferenza episcopale italiana (Cei) e il Comando dei carabinieri per la tutela culturale (Tpc), sono state illustrate recentemente in una conferenza stampa tenuta presso la Biblioteca Angelica di Roma alla quale sono intervenuti il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, monsignor Nunzio Galantino segretario della Conferenza episcopale italiana, il comandante generale dell'Arma Leonardo Gallitelli e il generale Mariano Mossa che è alla guida del comando per la Tutela culturale. Si tratta di un manuale ricco di consigli e accorgimenti pratici, forse unico e apparentemente semplice, utile non solo per chi detiene questi beni storici e artistici ma anche per chi li deve conservare e restaurare. La fonte è più che attendibile: il comando per la Tutela culturale, il primo reparto al mondo specializzato in questa particolare materia, istituito nel 1969, cioè un anno prima che l'Unesco, con la convenzione di Parigi, raccomandasse agli Stati membri dell'Unione europea di munirsi di un servizio di tutela. Si avvale dei 12 nuclei distribuiti sul territorio nazionale e da anni ricerca il quadro della Natività di Caravaggio rubato a Palermo, il Bambinello dell'Ara Coeli caro ai romani sparito nel 1994, mentre da poco è stato rinvenuto il Bambino malato opera in bronzo di Medardo Rosso conservato alla Galleria nazionale d'arte moderna di Roma. Altra opera recentemente recuperata dal nucleo di Monza è la Dormitio Virginis un dipinto di Andrea Di Bartolo del '300 che era stata rubata dai nazisti durante la seconda guerra mondiale dalla villa di un collezionista inglese un certo Mason Perkins venuto in Italia agli inizi del '900 come turista appassionato d'arte. Il dipinto - si legge in una nota è finito prima in Canada e poi in Inghilterra, dove una casa d'aste lo stava commercializzando per 164.800 sterline. Grazie alla sensibilità dei carabinieri deputati alla vigilanza dei beni che riguardano le arti, viene così messo a disposizione del pubblico una sorta di memorandum che ovviamente non è guida turistica, ma è utile per le comunità, accanto ad ogni buona guida: come chiave per conoscere le peculiarità dei luoghi di culto e dei beni che in essi figurano, da mettere in sicurezza perché "tra i più depredati al mondo", come ebbe a dire il generale Mariano Mossa, che comanda il reparto, in una intervista concessa due anni or sono alla rivista di cultura Europa 2000. Il manuale contiene dunque una serie di informazioni di carattere pratico, o meglio, le linee guida per quanti oggi hanno la responsabilità di importanti interventi su chiese, conventi, abbazie e altri luoghi sacri. Purtroppo in alcuni importanti restauri non se ne è tenuto conto. Un esempio lo troviamo nei lavori di restauro della chiesa parrocchiale di San Pietro a Cellara, piccolo borgo calabrese in provincia di Cosenza. Infatti oggi questo luogo - documentato da secoli e nel quale è stato stilato il primo atto costitutivo dell'Arciconfraternita del SS. Sacramento e di Santa Maria della Stella - è stato trasformato e decurtato con modifiche che molti non esitano a definire insensate. Interventi da più parti ritenuti approssimativi, condotti in modo improvvido, con superficialità, sicché sono molte le ragioni per dire che più enti responsabili non hanno reso un buon servizio a questa chiesa, dove in primo luogo bisognava preservare l'antico culto nei suoi aspetti religiosi e culturali, visto che oggetti che hanno attinenza con l'esercizio del culto e la devozione dei fedeli sono per lo più beni di gran valore da tramandare integri secondo la celebre affermazione di Theodore Roosevelt per cui "una nazione agisce correttamente se tratta le sue risorse come un patrimonio da tramandare alle future generazioni dopo averne accresciuto e non diminuito il valore". Ebbene, con l'apertura al pubblico della Parrocchiale il 14 dicembre scorso, non sono mancati i commenti del popolo accorso, fin quasi sorpreso dinanzi al rimaneggiamento a cui è stato sottoposto il luogo sacro così carico di significati e così radicato nella tradizione, eretto a simbolo della comunità, degno di tutela. Interventi da far smarrire la memoria e adombrare quanto è proprio del culto dei santi qui venerati da secoli, dall'apostolo Pietro alla Vergine Immacolata, contitolari del tempio, le cui statue lignee molto antiche sono adesso esiliate entro angusti spazi insieme ad altre immagini sacre di non secondaria importanza , tanto care al popolo, degne di nota poiché richiamano l'origine della devozione. Impietosamente tolte dal loro posto d'onore sopra l'altare di centro "dedicato" (dal latino 'dicatum' secondo i testi liturgici) ora addirittura manomesso per il subìto asporto delle nicchie di legno dipinto, risalenti ad anni lontani , ad opera di audaci burocrati e per ordine della curia vescovile e della soprintendenza di Cosenza, oggi più che mai interpellate dopo i lavori di consolidamento e restauro per i quali nel 2002 - su mio interessamento - il ministero dei Beni culturali stanziò la ragguardevole somma di 309 mila euro, da ripartire nel triennio 2003-2005. Di lì l'avvio di un percorso tutt'altro che facile, reso problematico dai tempi della burocrazia e da metodi non consoni alla specifica missione, liturgicamente discutibili. Direttamente coinvolti a vario titolo enti religiosi, laici, istituzionali, un apparato del tutto formale, che risulta lontano, distaccato, forse ignaro dei conseguenziali effetti incidenti sulla storia e la vita di questa vetusta chiesa, ma più ancora in balìa di una cultura del fare piuttosto che del sapere, dove per lasciare spazio all'esuberanza creativa si preferisce non sapere. Di qui l'incapacità di funzionamento che può forse rientrare nei mali che colpiscono i singoli e le comunità, elencati da Papa Francesco nel recente discorso alla curia romana, in cui raccomanda più sobrietà e meno effusioni: dall' impietrismo interiore di coloro che "si nascondono sotto le carte diventando macchine di pratiche e non uomini di Dio" all'eccessiva operatività, alle malattie del potere e del profitto mondano, degli esibizionismi, sino al cattivo coordinamento "quando i membri perdono la comunione tra di loro e il corpo smarrisce la sua armoniosa funzionalità e la sua temperanza, diventando un'orchesta che produce chiasso, perchè le sue membra non collaborano e non vivono lo spirito di comunione e di squadra. Quando il piede dice al braccio: "non ho bisogno di te", o la mano alla testa: "comando io , causando così disagio e scandalo." E' alla luce di queste parole dal "tono forte ed esigente", e mai formulate da un Pontefice romano, che potremmo percepire il minato senso dei restauri appena ultimati nella chiesa di Cellara, per i quali serviva da parte di tutti un effettivo dialogo, più conoscenza e comprensione, portati avanti con carente sensibilità estetica e pastorale, che invece andavano ripensati "rigenerando l'oggetto senza alterarlo o snaturarne le finalità", osserva il generale Roberto Conforti, già comandante dei carabinieri per la Tutela culturale, attualmente presidente della Società italiana per la protezione dei beni culturali. Pare di capire, di fronte all'evidenza, che sia mancata da più parti la volontà di adottare criteri conservativi sicuramente indispensabili per la sopravvivenza degli spazi destinati al culto se vale ancora la tesi che le opere di consolidamento "non prevedono lo spostamento di oggetti d'arte o della memoria ma la loro ricollocazione, dopo l'intervento, nella primaria sede", e non come avvenuto per le statue dell'Immacolata e di San Pietro. Trapela dall'impatto visivo una linea di rottura con la storia, attraverso un ripristino che in realtà non ha tenuto in considerazione le caratteristiche del tempio, luogo simbolo, né mantenuto la naturale continuità per la realizzazione di alcuni interventi, dai forti contrasti, dando così l'immagine di un ambiente trasformato dove la memoria e il nuovo si attraggono e si respingono in un'atmosfera ambigua. La struttura, nella reinterpretazione attuale, è priva nell'abside dell'altare di marmo bianco pregiato che il parroco Pedretti (morì nel 1979) volle per la celebrazione al cospetto del popolo (spectante populo), ora demolito e del quale non v'è traccia. Un gesto irrispettoso e di sorprendente audacia, che dice pure quanto non fossero comprese peculiarità e funzioni del marmo, fin dall'antichità - e lo è ancora - ritenuto il più degno dei materiali utilizzato per arredare con sobrietà luoghi di culto e di preghiera, trovando nella liturgia romana l'espressione più avvolgente. Ed è chiaro che in questo scenario di novità e di crescenti effusioni in campo liturgico i risultati non potevano essere diversi. Se si pone mente alla tradizione della Chiesa si deve constatare come, in molti casi, negli ultimi anni, la preparazione del clero circa le future responsabilità nel settore dell'arte sacra sia stata assai debole e approssimativa, quando non del tutto assente, come rileva una recente indagine condotta nelle chiese locali. Concorre a questa "estraneità" una scarsa conoscenza di numerosi e autorevoli testi di liturgia e devozione, di arte e letteratura, di scritti importanti della storia ecclesiale riguardanti appunto la complessa materia dei beni religiosi, pubblicati negli anni e a tutt'oggi non del tutto recepiti, ma che tutti insieme hanno comunque contribuito a far evolvere le arti nelle nostre chiese. Viene da pensare al Motu proprio con cui Giovanni Paolo II, nel 1993, istituiva la "Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa" intesi come strumento di evangelizzazione e di promozione umana, ordinati al culto e alla carità: "La fede infatti tende per sua natura ad esprimersi in forme artistiche e in testimonianze storiche di fronte alle quali la Chiesa è chiamata a prestare la massima attenzione", scriveva Papa Wojtyla. Penso all'Intesa del 13 settembre 1996 tra Stato e Chiesa relativa alla tutela dei beni di interesse religioso, che pure hanno attinenza con il culto. Come dimenticare le raccomandazioni del Vaticano II a che i sacerdoti fossero formati nelle arti: "I chierici, durante il corso filosofico e teologico siano istruiti anche sulla storia e lo sviluppo dell'arte sacra, come pure sui sani principi sui quali devono fondarsi le opere dell'arte sacra, in modo che stimino e conservino i venerabili monumenti della Chiesa e possano offrire opportuni consigli agli artisti nella realizzazione delle opere." Si vedano poi i testi famosi dell'arcivescovo Piero Marini, l'ex maestro delle cerimonie pontificie, e del professor Carlo Chenis con approfondimenti su "creatività liturgica" e "arte per il culto" nel contesto contemporaneo. Si ricordi ancora il "Direttorio su pietà popolare e liturgia" a cura della Congregazione vaticana per il culto divino e il libro su "Amministrazione e tutela dei beni culturali della Chiesa" edito a Milano da Assosicurezza. Il manuale dei cardinali, curato in collaborazione con la Cei, contiene dunque una serie di informazioni pratiche e di orientamento, presentate al grande pubblico su iniziativa del benemerito comando Tutela che, sin dal suo nascere, si adopera a far conoscere ed amare l'esteso patrimonio di arte e di fede del quale è oggi, nel territorio, uno dei principali referenti.
www.altroquotidiano.it
5 Febbraio 2015
✓ Entità verificate
ROMA-Tutela dei beni culturali e religiosi
GI
Giacomo Cesario
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Bene culturale
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