I recenti progetti pubblici disdettati dalla giunta municipale di Brescia, come il parcheggio in galleria sotto il Cidneo, la sede unica del Comune o la cittadella dello sport, rientrano nell'antica logica della volontà, dell'impotenza o della volubilità dell'intelletto. L'homo faber poggia sulla sua tenacia, ma è anche in balia dell'imprevisto e dell'antagonismo. Si pensi alla perdita di grandi oggetti costruiti, come le Twin Tower, all'aborto di grandi progetti vagheggiati, come l'Esposizione universale che doveva nascere a Roma nel 1942, o al ponte sullo stretto di Messina. Brescia non è diversa dal resto del mondo e ha numerosi scheletri architettonici nell'armadio, utopie galleggianti in nuvola, programmi frustrati o contrastati. Vogliamo ricordare i progetti di fortificazione dei Ronchi, del '600? O ricordiamo l'utopia, anch'essa secentesca, del mercante Vincenzo Buturini, che voleva espandere Brescia a sud e ovest costruendo nuove mura, per una città servita da canali navigabili? Nel Settecento fu invece la volta del fallimento del progetto principe. Si chiamò a Brescia l'archistar Luigi Vanvitelli, per affidargli la rinascita della Loggia. Disegnò una grande cupola, ma non fu mai costruita, complice la caduta della Repubblica di Venezia e l'ostilità napoleonica verso i possibili finanziatori. La Loggia rimase senza cupola, così come non era mai stata costruita con tre piani, anziché i due che possiede, come avrebbe voluto il grande Palladio. Destino avverso per i luminari dell'architettura italiana in tournée a Brescia! Rimasero sulla carta anche i diversi progetti che, nel 1927, furono avanzati da architetti partecipanti al concorso per un piano regolatore. Alcuni volevano la Loggia affiancata da un'alta torre. Alla Loggia avrebbero voluto anche addossare un palazzo di uffici comunali, in piazza Rovetta, ma tre ne disegnarono, da fine '800 in poi, e tre non ne costruirono. L'ultimo fu quell'orecchiato intreccio di tubi variopinti, venuti dal Beaubourg, che gli architetti Leonardo Benevolo e Francesco Rovetta disegnarono 35 anni fa. Fece sobbalzare sulla sedia il soprintendente e sorridere gli anticonformisti, forse non compiaciuti, ma irritati per la retorica di quell'anticonformismo. Di fatto il disegno rimase nel cassetto. Proprio come il più esplosivo dei progetti mancati, la torre per la Camera di commercio, che l'architetto Bruno Fedrigolli voleva costruire quasi 50 anni fa. Molti si stracciarono le vesti, alla vista di quel grattacielo a forma di nave: sproporzionato, nascondeva la vista del Castello, inquinava il centro. Fedrigolli non ebbe la meglio neppure nella sua idea di ricomporre la facciata del demolito ospedale ottocentesco, che egli avrebbe voluto come fondale occidentale di piazzale Arnaldo e neppure ebbe fortuna con il Crystal Palace originario, elegante, brillante, ma troppo alto secondo un'agguerrita équipe di censori. I suoi oppositori non sapevano più a che santo votarsi, per contrastare il grattacielo alto 120 metri, ritenuto un mostro che oscurava il Cidneo. Polemica d'altri tempi, con tanto fiato sprecato, alla luce di come poi le cose sono andate, stando agli edifici alti. Il Crystal Palace nacque più basso di venti metri e di forma molto più banale. I salvatori della patria furono soddisfatti. Ma Su Fedrigolli, imprevedibile e provocatore, non smisero di accanirsi. L'architetto progettò un'elegante e moderna stazione ferroviaria: non se ne parla. Propose un'urbanizzazione spinta di Ronchi e Maddalena: non se ne parla. Propose un'interessante architettura per la traversa del Gambero: non se ne parla. Proprio il colle della Maddalena, che doveva diventare la montagna delle vacanze vicino a casa, sommò due fallimenti di progetti, non solo della prevista città giardino, che ottimisti imprenditori e facoltose famiglie bresciane avrebbero voluto, con investimenti milionari, ma anche della funivia, che fu un progetto vanificato a metà. Fu costruita e poco dopo distrutta. Brescia ricorda anche un immane progetto, mai realizzato, nel campo delle infrastrutture, che fu coltivato a partire da inizio Novecento, per arenarsi del tutto nel 1980, nonostante la respirazione artificiale praticata dal sindaco Bruno Boni. Era il canale navigabile, che avrebbe dovuto collegare il Ticino all'Adriatico, e Brescia sarebbe stata nel mezzo. Così come doveva essere centrale nel progetto di un aeroporto a Roncadelle, o collegata a Stoccarda con un'autostrada che avrebbe dovuto perforare il Mortirolo. Anche il collegamento diretto di Brescia con l'Europa sfumò. E poi venne il palazzo del «Giornale di Brescia», del superarchitetto Daniel Libeskind, mai materializzatosi, così come la riforma del Castello, voluta dall'architetto egualmente vedette, Vittorio Gregotti. Possiamo dire, a consolazione, che solo le società vivaci hanno molti progetti inattuati, perché molti ne producono e, ovviamente, molti ne portano anche ad esecuzione. E poi vi è di peggio, e in questo anche Brescia tristemente primeggia. Il peggio sono i progetti attuati e improduttivi, forse perché inutili, forse perché sbagliati, di certo perché caduti nella curva più bassa della congiuntura economica. Vediamo in Brescia grattacieli nuovi a luci spente, la sera, e il cuore si stringe, perché sono fari di un porto disertato.
Brescia. Porti, mura, viali e grattacieli. Gli scheletri architettonici rimasti chiusi nell'armadio
Il testo discute i progetti pubblici falliti a Brescia, come il parcheggio in galleria sotto il Cidneo, la sede unica del Comune o la cittadella dello sport. I progetti sono stati disdettati dalla giunta municipale, rientrando nell'antica logica della volontà, dell'impotenza o della volubilità dell'intelletto. Il testo ricorda anche i progetti di fortificazione dei Ronchi, del '600, e l'utopia del mercante Vincenzo Buturini, che voleva espandere Brescia a sud e ovest costruendo nuove mura.
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