Da ieri in Santa Giulia l'«angelo» e tre altri frammenti provenienti dalla stessa opera Arrivano direttamente in Santa Giulia dal Museo Jacquemart-André di Parigi, dalla mostra intitolata «Perugino, maestro di Raffaello», i quattro frammenti superstiti della Pala dell'Incoronazione di San Nicola da Tolentino, commissionata il 10 dicembre 1500 a un 17enne Raffaello Sanzio. Una sorta di puzzle che da ieri riunisce, accanto all'angelo della Tosio Martinengo, tre frammenti provenienti dalla stessa opera. Arrivano direttamente in Santa Giulia dal Museo Jacquemart-André di Parigi, dalla mostra intitolata «Perugino, maestro di Raffaello», i quattro frammenti superstiti della Pala dell'Incoronazione di San Nicola da Tolentino, commissionata il 10 dicembre 1500 dal mercante di lana Andrea Baronci per la cappella di famiglia nella chiesa di Sant'Agostino a Città di Castello e liquidata, il 13 settembre 1501, come attesta la ricevuta dei compensi in tre rate, 33 ducati d'oro. In entrambi i documenti compaiono i nomi di Raffaello Sanzio e di Evangelista da Pian di Meleto: ma è il primo, giovanissimo, ad essere sancito illustris e magister , quindi padrone di bottega, rispetto al più anziano collaboratore, già attestato negli anni ottanta del '400 nella fiorente bottega urbinate di Giovanni Santi, il padre del Sanzio, morto nel 1494 quando il figlio aveva solo 11 anni. In entrambi i contratti il nome di Raffaello precede quello di Evangelista. La Pala Baronci è la prima commessa certificata a Raffaello, allora diciassettenne: da qui il titolo della mostra in Santa Giulia, «Raffaello opera prima», curata da Paolo Bolpagni ed Elena Lucchesi Ragni con Roberta D'Adda. A Brescia appartiene un angelo della pala, chioma fluente descritta nei minimi boccoli, sciarpa finemente cangiante al collo, segnalato nel 1821 sul mercato antiquario fiorentino e acquistato a Milano nel 1822 dal conte Paolo Tosio come ritratto di giovane perché come tale era camuffato coprendo ad esempio le ali con spessa vernice scura. Questo piccolo olio su tavola trasferito su tela, diventato icona della Pinacoteca Tosio Martinengo, fu riconosciuto parte della pala solo nel 1912 da Oskar Fischer, dopo che era stato attribuito anche a Timoteo Viti o a Cesare da Sesto. Ridotto a mezzo busto, era la parte superiore d'uno dei quattro angeli a figura intera che affiancavano San Nicola da Tolentino che schiacciava il demonio a terra e veniva assunto per una triplice incoronazione, sovrastato dal Padre Eterno iscritto in una mandorla-festone di cherubini, affiancato sulle nuvole dalla Vergine Maria inginocchiata e da Sant'Agostino in abiti vescovili. Una delle due ali verdastre dell'angelo della Pinacoteca è più scura dell'altra, poiché vi si proiettava l'ombra del Tolentino. Gli altri frammenti identificati e ora in mostra sono, unico su tavola originaria, un busto d'angelo che regge un cartiglio che l'avvolge come una stola, dal Louvre di Parigi dove pervenne nel 1981 grazie a un taxista di Strasburgo che aveva ereditato l'opera da una parente suora e riconosciuto da Sylvie Béguin di mano del Sanzio; e l'Eterno che regge la corona tra le mani cinto dalla mandorla di cherubini unito alla parte superiore della Vergine Maria, che pure regge una corona, dal Museo di Capodimonte a Napoli. La pala rimase nella cappella Baronci fino al 1789, quando un terremoto recò gravi danni alla chiesa: già mutilata di alcune parti fu venduta nel 1791 a Papa Pio VI che poi la fece sezionare in pezzi da Giovan Battista Ponfreni; ma prima della partenza per Roma in quel 1791 un anziano pittore di Città di Castello, Ermenegildo Costantini, ricavò una copia ad olio, ora prestata a Brescia, molto parziale perché per adattarla alla cappella ricostruita ne ridusse il formato, eliminando la parte alta con l'Eterno, la Vergine e Sant'Agostino, fors'anche uno degli angeli nella parte inferiore. Importante però la testimonianza dell'arcone che inquadra la scena sullo sfondo d'un paesaggio umbro che certo nell'originale doveva insinuarsi con delicatezza lirica. Nel 1798, con l'arrivo delle truppe napoleoniche e la Repubblica Romana, i frammenti ridotti a quadri di stanza si dispersero. Variamente discusse sono tavolette di predella con miracoli di San Nicola da Tolentino di stile più secco rispetto alla calma accordatura dei sentimenti nelle figure angeliche chiuse dal disegno fermo ed elegante custodite due a Detroit e una a Pisa (non sono in mostra). Gli studiosi si dividono anche sulle mani di Raffaello o di Evangelista da Pian di Meleto nel Padre Eterno e nella Vergine, ma sono concordi nel cogliere, nei frammenti, retaggi di forza luminosa del colore e nel riconoscere la grandiosa concezione della pala, sia pure d'impianto ancora arcaico, e la presenza solenne e composta delle figure nello spazio, grazie al raffronto coi disegni certi di Raffaello, soprattutto con lo studio compositivo dell'Incoronazione in un grande disegno del Palais des Beaux-Arts di Lille, anch'esso già in mostra a Parigi e ora visibile a Brescia. I disegni preparatori (a Lille e a Oxford) di grande scioltezza rivelano la tendenza a scomporre i modelli e a rinnovarli sullo studio dal vivo di pose e movimenti. Sul verso del disegno progettuale della pala, dove c'è un disegno di testa, di San Nicola o forse dell'Eterno, compare sul margine in basso a destra un evidente rimando agli ordini architettonici del Palazzo Ducale di Urbino.
Brescia. Ricostruito il puzzle di Raffaello
I quattro frammenti superstiti della Pala dell'Incoronazione di San Nicola da Tolentino, commissionata da Andrea Baronci nel 1500, sono stati riuniti a Santa Giulia. I frammenti provenivano dal Museo Jacquemart-André di Parigi e includono un angelo, un busto d'angelo e due parti della Vergine Maria. La pala originale era stata commissionata a Raffaello Sanzio, all'epoca diciassettenne, e rappresentava la prima commessa certificata a lui. I frammenti erano stati dispersi nel corso dei secoli, ma sono stati recentemente identificati e riuniti.
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