TANTO Rinascimento, ma poco o niente Otto-Novecento. Il rapporto di Firenze con il proprio passato non è così lineare. Una vera e propria rimozione sembra aver eliminato dall'immaginario urbano quel che è rimasto dei suoi trascorsi industriali, neanche si trattasse di una pecca culturale. Per rendersene conto, basta mettere in fila l'ex padiglione meccanotessile dell'area Galilei, inutilizzato da oltre 40 anni, l'ex manifattura Tabacchi (firmata Pierluigi Nervi) che non si sa a cosa destinare, il totale abbandono di un piccolo gioiello come l'ex gasometro di via dell'Anconella, ma anche la demolizione dell'ex stabilimento Fiat, che in un qualunque altro paese europeo sarebbe stato trasformato in qualcosa, museo, centro congressi, biblioteca. Unica eccezione (insieme all'Urban center della centrale termica della Fiat, peraltro nemmeno allo stato di rendering), l'ex stazione Leopolda, restaurata da Gae Aulenti e (non a caso) richiestissima, anche se per eventi tutti slegati fra loro, e cioè come puro contenitore. Ma perché, tante amnesie? Che cosa impedisce di riconciliarsi con i propri trascorsi architettonici più recenti, legati alla produzione e al lavoro, anziché alle arti e alle lettere? «Molto dipende da un motivo storico, e cioè dall'arretratezza della dotazione di infrastrutture industriali delle città italiane rispetto a quelle europee» spiega Fabrizio Rossi Prodi, architetto, urbanista, docente di progettazione architettonica all'Università di Firenze. E però «anche dal fatto che non c'è mai stato un chiaro modello economico e sociale di partenza, capace di ispirare recuperi architettonici coerenti». In poche parole: «Le amministrazioni pubbliche non hanno saputo progettare, mettendola a sistema, una ri-destinazione dell'edilizia ex industriale, come invece lo Stato ottocentesco ha fatto con le strutture ex conventuali e religiose, quasi tutte trasformate in sedi amministrative o educative pubbliche, uffici, ministeri, scuole». In un certo senso, una concezione frammentata di sé e della propria storia: «A Firenze il patrimonio rinascimentale è così dominante ed 'esigente' che si è sempre puntato sul centro storico, e mai sulla città storica periferica », ricorda Massimo Preite, docente di urbanistica ad Architettura e vicepresidente dell'Associazione italiana per il patrimonio archeologico industriale. Mentre è indubbio che in Italia, in generale, e a Firenze in particolare, «il passato industriale», inteso come paesaggi e architetture, «non ha mai davvero messo radici nella società », ovvero nel modo in cui la società immagina se stessa. E così, «mentre in altri paesi europei ci si dedicava alla conservazione e alla trasformazione dei vecchi stabilimenti, qui, nonostante le sue belle valenze architettoniche, si buttava giù quello della Fiat». Attenzione, comunque: l'alternativa non sarebbe stata «la monumentalizzazione, o la musealizzazione, dei reperti industriali », come se di monumenti e musei, a Firenze, non ce ne fossero già abbastanza, «bensì il loro riuso intelligente ». «La migliore architettura», sottolinea Preite, «è quella che torna ad essere vitale ed utile per la società di oggi», e tutto sta «nel saper cogliere le occasioni buone», ciò che a Firenze, appunto, non è quasi mai avvenuto. Quasi che, di questo specifico passato, «ci si vergognasse », mentre è vero il contrario: «Che la scarsa attenzione per le ex industrie vuol dire scarsa cultura». E' anche vero, fa notare Rossi Prodi, che salvare queste strutture non sempre ha senso, mentre è sempre più difficile disporre di risorse economiche per grandi interventi monofunzionali. Perché ne valga la pena, insomma, «servono un valore architettonico, e un valore urbano, cioè un inserimento in un contesto significativo ». Senza i quali si terrebbe in vita «qualcosa di morto». La scommessa, in altri termini, è «rendere compatibili vecchie e nuove funzioni, senza né distruggere, né ricalcare il passato», e (quasi obbligatoriamente) a basso costo. E cioè: mettere i vecchi edifici industriali, «funzionali, poco decorativi, con le loro strutture seriali, i loro materiali tipici, il ferro, i mattoni, il cemento, così simbolici dei vecchi valori legati al lavoro, al servizio delle sue espressioni attuali più innovative», molto meno 'pesanti', «ma capaci di fondare di nuovi valori sociali ed economici»: coworking e green economy, riciclo, spin off, fablab, e via elencando. Come anche a Firenze è accaduto. A Rifredi, dove un hub per start up sta lavorando a pieno ritmo in un ex capannone ferroviario.