Diffidenza e rischi legali allontanano gli stranieri, spaventati anche dalle inchieste antimafia E in questo fuggi fuggi le cordate italiane da sole potrebbero non farcela a realizzare il Ponte Dopodomani scadono i termini di proroga per la gara con cui si affiderà l'appalto «chiavi in mano» Messina È UNA VERA A PROPRIA fuga dal Ponte. Il Ponte è quello che si dovrebbe costruire sullo Stretto di Messina. La fuga è quella delle società italiane e straniere che all'inizio si erano affollate speranzose di un grande business attorno all'appalto più ricco della storia d'Italia. Di questa fuga il sintomo più evidente è la mossa che la Stretto di Messina spa ha dovuto consumare: il rinvio della gara per scegliere il general contractor del Ponte, cioè il gruppo (un consorzio tra numerose grandi aziende) che, vinto l'appalto, si occuperà della sua reale costruzione seguendone e controllandone tutti i passaggi: progettazione esecutiva, gare di appalto e subappalto, scavi e collegamenti, rifiniture. Insomma, l'intera marcia fino alla consegna chiavi in mano. La Stretto spa ha deliberato un rinvio di 37 giorni, dal 20 aprile (data ultima fissata in precedenza) al 25 maggio. Dopodomani. Ufficialmente, un rinvio «in ragione del prevalente interesse pubblico a che la gara in corso registri la massima possibile partecipazione di offerenti». «Una breve proroga», aggiunge Pietro Ciucci, amministratore delegato della Stretto spa, per consentire ai concorrenti «di valutare approfonditamente anche alcune modifiche recentemente introdotte». Ma a ridicolizzare il non-vi-preoccupate- va-tutto-bene e ad usare un termine pesante come «fuga» non è stato un qualche pasaradan del fronte del no al Ponte, ma Vittorio Di Paola, amministratore delegato di Astaldi, una delle due cordate (l' altra è Impregilo), rimasta in gara. Dice Di Paola: «Dopo la fuga di partner stranieri di entrambe le cordate (cioè la sua e quella di Impregilo, ndr) e la scarsa convinzione degli altri (cioè di quelli rimasti dopo la fuga, ndr), il buonsenso vorrebbe che i due gruppi in qualche modo mettessero insieme le forze». E perché mai? Perché, è sempre il giudizio di Di Paola, «quello che rimane delle due cordate non è sufficiente a realizzare un'opera come questa». Insomma, secondo uno che ha le mani in pasta come nessun'altro, in questo momento non esiste, né si vede all' orizzonte, un gruppo che con un pizzico di credibilità sia interessato a garantire la saldatura tra, come recita certa retorica pubblicitaria, Europa e Sicilia. Come dire: tutti a correre in una specie di si salvi chi può da quel bel rettifilo di 3666 metri che dondola sul mare. Di Paola giura che la sua società era pronta a presentare l'offerta. Ma dato che c'è il rinvio chiede di utilizzarlo per unire le due debolezze residue, la sua e quella di Impregilo. «La presentazione di una offerta unica - argomenta - diluirebbe i rischi e servirebbe a recuperare la fiducia dei partner. Tra i nostri, le due (società, ndr) spagnole sono in pausa di riflessione, Vianini è tra le meno fiduciose, ma contiamo di recuperarla». Impregilo, dal canto suo, ribadisce laconicamente di non aver chiesto alcun rinvio e di essere pronta a presentare l'offerta. Ma avverte di aver preso atto «positivamente del rinvio» deciso da Ciucci. Atteggiamento curioso da parte di chi, pronto a filare come un treno, non si capisce perché sia contento di fermare la corsa. Ma qual è il quadro sotteso a tante incertezze e fragilità? Alla gara per la verifica dei pre-requisiti, cioè per valutare se chi si offriva di farlo era veramente in grado di gestire un appalto mastodontico come quello del Ponte, avevano partecipato in cinque: Impregilo, Astaldi, Risalto, un gruppo canadese e uno di imprenditori meridionali. Ognuno dei cinque era capofila di una sfilza di aziende consorziate. Aziende potenti e specializzate con risorse finanziarie notevoli (va anticipato il 20dell'opera che, sulla carta, è 4 miliardi e mezzo di euro e, si prevede, lieviterà a sei). Canadesi e meridionali non erano stati giudicati idonei. Dei tre gruppi rimasti, avvicinandosi il momento della gara, la Risalto si è ritirata. Risalto aveva come capofila il potentissimo gruppo austriaco delle costruzioni Strabag. Con Strabag si erano consorziati francesi (Travaux Pubblics) e spagnoli (Dragados) ma anche aziende italiane come Rizzani de Eccher, Salini, Todini. Uno via l'altro si sono sfilati tutti. Le motivazioni vere della fuga dal Ponte non sono facilmente ricostruibili. Ma appaiono inquietanti le dichiarazioni del signor Roland Jurecka, del consiglio di amministrazione di Strabag: «Per noi era troppo alto il rischio che avremmo dovuto affrontare dal punto di vista legale, geologico e tecnico-finanziario. Forse gli italiani possono affrontare meglio queste condizioni, forse perché per essi valgono altre condizioni... ». Il rischio legale che paventa il signor Jurecka è connesso alla due inchieste giudiziarie in corso: cinque arresti che hanno dimostrato l'interesse delle cosche mafiose al progetto e, ancora più insidiosa, l'accusa di falso in atto pubblico e abuso in atti d'ufficio a carico di tre componenti della Commissione speciale presso il Ministero dell'Ambiente per la Via (valutazione impatto ambientale) che avrebbero concesso i nulla osta al progetto in tempi tanto fulminei da convincere i carabinieri del Ros di pesanti irregolarità. Il rischio geologico lo conoscono tutti gli esperti: non esiste garanzia della stabilità del Ponte rispetto alla situazione in cui si trova la costa calabrese e, studi recentissimi riferiscono di faglie non indagate né indagabili (a parte il fatto che le ipotesi della resistenza del Ponte al terremoto si riferiscono all'opera compiuta mentre nessuno sa dire cosa accadrebbe in caso di un terremoto precedente all' ultimazione dell'opera). E i rischi tecnico-finanziari? Perché secondo il gruppo austriaco le difficoltà, che hanno fatto scappare tante aziende, sarebbero aggirabili dagli italiani e non dagli stranieri? L'unica certezza, per ora, è questa: aziende famose che sanno fare per bene i loro conti, dopo aver valutato i pro e i contro, hanno deciso di tenersi alla larga. E questo, al di là di tutte le altre corpose questioni, getta una luce sinistra su quell'affare.