Da una cappella dei Servi alla mostra «Felsina pittrice». Dopo il restauro «pubblico» Franco Faranda e la pala di Cimabue di Marco Marozzi La Madonna di Cimabue è da secoli nella chiesa di Santa Maria dei Servi, in una cappella dietro l'altare maggiore. Ora, per la mostra di Genus Bononiae «Da Cimabue a Morandi» che inaugurerà il 14 febbraio, è stata spostata e messa a Palazzo Fava per un restauro «a vista» realizzato da Camillo Tarozzi sotto la regia di Franco Faranda, direttore della Pinacoteca, che dice: «Un'opera che da sola vale una mostra». «I l primo atto della conservazione è la conoscenza». Camillo Tarozzi cita Carlo Volpe come viatico, il discepolo di Roberto Longhi, il primo direttore di Arti Visive quando il Dams era un Pantheon. E la Bologna più nobile e bella appare attorno a un dipinto. Tarozzi sta per partire con il restauro della Maestà di Santa Maria dei Servi, la Madonna di Cimabue che da secoli è nella chiesa di Strada Maggiore. In una cappella dietro l'altare maggiore. Famosa ma quanto nota ai bolognesi e ai turisti che da loro dovrebbero essere guidati? Adesso la Vergine con Bambino è nell'atrio di Palazzo Fava, sarà il punto di partenza della mostra Da Cimabue a Morandi che Vittorio Sgarbi chiamato da Genus Bononiae apre dal 14 febbraio. La Madonna che poi salirà nella Sala di Giasone si avvia prima degli altri. Il suo restauro comincia in questi giorni, «a vista», il pubblico potrà sfilare e fare domande a Tarozzi e al suo staff al lavoro con Franco Faranda, il direttore della Pinacoteca, che guida l'orchestra fra microscopi, analisi di stratificazioni di vernici, punzoni, guasti di secoli, viaggi fra tagli che ricordano involontari, antichi Lucio Fontana, bruciature di Alberto Burri e Sandro Parmeggiani. Il restauro sarà ripreso dopo la mostra, ora fa da richiamo, introduzione alla rassegna di opere che Sgarbi ha evocato dalle proprie nobili ma spesso obliate sedi bolognesi, fra qualche polemica e molte attese. Dal San Domenico di Niccolò dell'Arca a Santa Cecilia di Raffaello, fino ai Giorgio Morandi del Mambo, passando per Annibale Carracci e Guido Reni, Guercino e Parmigianino, le Collezioni Comunali e il Davia Bargellini. Una Madonna assume senso collettivo, un restauro diventa la guida per un viaggio nella grande arte e nella sua conoscenza diffusa, popolare. Scoperta prima ancor che riscoperta, in una città che ignora se stessa e insieme si entusiasma quando qualcuno le rappresenta la sua storia. Il restauro diviene opera d'arte in sé, rappresentazione. Piccolo ricordo di quanto successe alla fine degli anni '80, con Giovanni Morigi a restaurare il Nettuno dentro la bellissima Casa in legno costruita in Comune da Mario Ceroli e dal Comune poi dispersa, massacrata. Lezione triste, storia brutta. La Madonna può introdurne una bella attraverso i secoli e i mondi. Rimandare al Louvre e agli Uffizi dove sono le due Maestà di Cimabue fra cui viene collocata questa bolognese, fra il 1280 e il 1290, più piccola (385x223cm). Al Giotto della Pinacoteca bolognese e ai Giotto «Cimabue pittore per la strada a Bologna vide il fanciullo sedente in terra», Lorenzo Giberti, 1455 distrutti nel 1334 dal popolo in rivolta contro il cardinal Del Poggetto (come secoli dopo «Bologna arrogante e papale», Francesco Guccini - con il Michelangelo di Giulio II). Alla Madonna di San Luca, il cui restauro Tarozzi viene chiamato a raccontare nel mondo, da San Pietroburgo a Istanbul. Ad Antonio Masini, stirpe di setaioli, giureconsulti, esperti d'arte, che per primo ne parla nel 1650 facendola risalire a un dono di Tadeo Pepoli. A Carlo Cesare Malvasia che la celebra, come ha celebrato Felsina Pittrice e Palazzo Fava. Al passaggio di Dante a Bologna, che in Purgatorio fra i superbi con Cimabue mette Guido Guinizzelli e un misterioso Franco Bolognese ritenuto da Malvasia il capostipite del rinnovamento della pittura felsinea del Trecento. Fino a Michelangelo Gualandi che riscopre la Madonna nel 1850 e a Henry Thode (sua la villa dove D'annunzio fece il Vittoriale) che attribuisce per primo il quadro a Cimabue e non solo alla sua bottega. Poi vennero Berenson, Venturi, Volpe e tanti altri. A Longhi e Cesare Brandi che seguirono il restauro del 1936-38 di Enrico Podio. A Ottorino Nonfarmale, nella cui bottega Tarozzi ha imparato il mestiere, del nuovo recupero nel 1975. Nomi e rimandi. Grande, reale e fantasiosa Bologna. Per tutte le culture e le attese. Il quadro su legno è anche la storia della devozione. E' segnato da bruciature di candele di almeno 500 anni fa. Buchi stuccati, poi liberati, a seconda della cultura del restauro. Una tavola reinve ntata nei secoli, pulita malamente, scolorita nel trono non più dorato, nei drappeggi, nei volti, nei simboli che imitano la scrittura ornamentale islamica (Dante e Maometto). «Un'opera che da sola vale una mostra» dice Faranda.
Bologna. La Madonna nascosta di Cimabue
La Madonna di Cimabue, dipinta intorno al 1280-1290, è stata spostata da Santa Maria dei Servi a Palazzo Fava per un restauro a vista. L'opera, che da secoli è stata nella chiesa di Santa Maria dei Servi, è stata scelta come punto di partenza della mostra "Da Cimabue a Morandi" che apre il 14 febbraio. Il restauro è stato realizzato da Camillo Tarozzi e la sua squadra, con la guida di Franco Faranda, direttore della Pinacoteca. La Madonna è stata scelta per il restauro perché è un'opera importante e affascinante, con una storia e un significato collettivo.
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