Edoardo Cycelin Ex direttore del Museo Madre Caro direttore, quando il mitico Jobs Act renziano diventerà legge, tutti i singoli dipendenti privati diventeranno licenziabili senza giusta causa e solo per motivi economici. È quanto già accade oggi ai dirigenti. Senza stare qui a discutere se sia un bene o un male concedere ai datori di lavoro certe libertà, racconterò gli ultimi sviluppi del mio caso di direttore licenziato dal Madre per mostrare come sia facile ingannare il buon senso e la giustizia con la formula magica dei «motivi economici». Il 15 ottobre scorso la Corte di Appello ha dato ragione alla Fondazione Donnaregina, ribaltando la sentenza di primo grado a me favorevole. Solo dieci mesi prima il giudice monocratico aveva giudicato illegittima la delibera del cda del Madre, argomentando che la risoluzione del mio rapporto di lavoro fosse motivata dall'applicazione retroattiva (perciò impossibile) delle modalità d'assunzione del direttore generale imposte nello Statuto dell'ente modificato dalla Regione Campania. Inutile riaprire la questione perché la Corte di Appello l'ha evitata con un'acrobazia alla Maradona, rovesciando la sentenza di primo grado con spettacolare destrezza. Che cosa di nuovo e di diverso ha detto il collegio giudicante? Dopo la mia cacciata, il Madre assunse un nuovo direttore generale. Per concorso pubblico, con i medesimi compiti ma con uno stipendio più basso. Poiché la Fondazione non aveva invocato motivi disciplinari né una crisi del rapporto fiduciario, i giudici hanno scritto che la legittimità del licenziamento è «in realtà costituita dalla motivazione economica, ovvero dalla crisi che attanagliava la Fondazione, e quindi dalla necessità di provvedere ad una più utile gestione economica, ivi compreso il contratto con il direttore». Che è come sostenere che il datore di lavoro, ogni qual volta lo ritenga economicamente motivato ha il diritto di licenziare un dirigente (e domani anche il lavoratore deprivato della «giusta causa» dal Jobs Act) per la semplice ragione che a parità di mansioni è ragionevole che trovi qualcuno disposto a farsi pagare di meno. Se così ragionano in tribunale, qualcuno immagina che cosa potrà accadere nelle grandi e piccole imprese all'indomani dell'approvazione delle regole nuove del Jobs Act? Inebriati dalla formula magica delle «motivazioni economiche», i giudici napoletani neanche hanno pensato di dover consultare la pianta organica della Fondazione dalla quale avrebbero appreso che dal giorno del mio licenziamento a quello della loro sentenza nulla è mutato nell'organizzazione del lavoro negli uffici dell'ente, così come nulla è cambiato nei contratti esterni per la gestione dei servizi museali. Ma visto che sono i giudici a sottolineare che la libertà d'iniziativa economica è garantita dalla Costituzione purché si sia di fronte a razionali e non arbitrarie ristrutturazioni aziendali, ci è sembrato logico e necessario impugnare una sentenza che dichiara la legittimità del licenziamento di un dirigente per motivi economici, laddove la riforma degli organici e delle attività non è mai stata nemmeno progettata e il taglio delle spese si è realizzato solo a parole. È un caso personale. Ma è anche una questione di principio: come si definisce e giuridicamente si accerta la verità di una motivazione economica? Mi rivolgerò perciò alla Cassazione. Credo che esista in ultima istanza un diritto meno storto , quello che non si piega alle convenienze politiche e culturali del momento. Magari una seria e più approfondita interpretazione della norma potrà restituire alle cose il senso che tutte le persone in buona fede intuiscono all'istante. È la contraddizione del mondo moderno: i formalismi distorcono la realtà, ma solo forme ben lavorate talvolta fanno brillare l'immediatezza della vita.