Il 2014 è stato l'anno della riscoperta dei «Monuments men», ovvero degli uomini che salvarono opere d'arte durante la Seconda Guerra Mondiale. Il più celebre è Rodolfo Siviero, al quale sono stati dedicati alcuni libri e le cui carte sono custodite all'Accademia delle Arti del disegno di Firenze. Ma molti altri si prodigarono, eroi sconosciuti che salvarono tele dalla furia di quegli anni. Ancora oggi 1.653 pezzi sottratti all'Italia dai nazisti si trovano all'estero. A documentare le vite di alcuni di questi protagonisti ci ha pensato Salvatore Giannella, già direttore de «L'Europeo». Il suo primo libro sull'argomento risale al 1999 quando scrisse con Pier Damiano Mandelli L'Arca dell'arte , storia di Pasquale Rotondi, soprintendente delle Marche che portò in salvo 6.509 capolavori ricoverandoli nella Rocca di Sassocorvaro. Giannella è tornato ora sull'argomento con Operazione salvataggio. Gli eroi sconosciuti che hanno salvato l'arte dalle guerre (Chiarelettere, pp.236, e 14.90), in cui un capitolo è dedicato a Roberto Malini, storico di origine ebraica che dal 1980 studia l'Olocausto e ha ampliato la propria sfera di ricerca diventando un cacciatore di quadri dipinti prima, durante e dopo la persecuzione ebraica. Malini valuta in circa 200 mila gli artisti ebrei internati nei lager, 50-60 mila dei quali yiddish. Folgorato dalla testimonianza di un sopravvissuto invitato a parlare alla scuola media milanese Puecher, Malini ha fatto da allora del recupero di opere d'arte sottratte dai nazisti una ragione di vita. Ne ha recuperate almeno 170, donate al Museo della Shoah di Roma. Così si è concretizzata in un paio di decenni l'«operazione salvataggio» di molta arte yiddish di Otto-Novecento. Tra i quadri da lui salvati c'è un Chagall ( Mystical Crucifixion del 1950) e, soprattutto, ci sono quelli dell'artista vivente da lui forse più apprezzato, Jacob Vassover, nato nel 26 a Lodz in Polonia. Scampato alla persecuzione nella quale trovarono la morte quasi tutti i 250 mila ebrei della comunità di Lodz, tra i quali i suoi famigliari, Vassover ha raccontato prima gli shtetl in colori puri e piena luce, poi si è messo a testimoniare l'orrore e la memoria.