ORMAI, a 75 anni, si gode la pensione e le sue ricchezze tra Basilea e la sua splendida tenuta di Selinunte con i suoi tremila ulivi che producono l'olio verde utilizzato alla tavola della Casa Bianca. Gianfranco Becchina, di Castelvetrano, è il più grosso intermediario d'arte d'Europa, perno di quel traffico di 5.000 reperti archeologici trafugati nel Sud Italia e venduti in tutto il mondo, ora recuperati dai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio artistico. GLI è andata bene anche questa volta. Reati prescritti. «Ma soggetti così sono poi attenzionati e per forza devono smettere la loro attività», si augura il generale Mariano Mossa, comandante del Nucleo tutela patrimonio culturale parlando di Gianfranco Becchina, l'uomo che ha fatto da intermediario nel traffico di buona parte di quei 5.361 pezzi rubati dagli scavi archeologici di mezza Italia (valore 50 milioni di euro) ora recuperati nel corso dell'operazione Teseo. Reperti che, nelle prossime settimane assicura il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini verranno restituiti alle regioni di provenienza, tra cui ovviamente la Sicilia. E siciliano è pure quello che, dagli investigatori, è ritenuto il più grosso intermediario, a livello internazionale, del traffico illecito di opere d'arte. Una storia tutta da raccontare quella di Gianfranco Becchina, 75 anni, da Castelvetrano, che da fattorino d'albergo (che poi si è comprato), è riuscito nel giro di pochi mesi ad aprire una galleria d'arte con un volume d'affari miliardario a Basilea in Svizzera dove risiede insieme alla moglie. In ben cinque depositi la polizia, nel 2001, ritrovò decine di anfore, vasi ipogei, bronzi, affreschi, con tanto di cataloghi, indirizzi, schede di vendita con foto di prima e dopo il restauro. Un patrimonio spiega Mossa «frutto di una decina d'anni di scavi clandestini» le cui tracce portano i carabinieri in giro per il mondo a recuperare opere già vendute a privati ma anche a importantissimi musei tra Stati Uniti, Germania, Giappone, Australia e Inghilterra. Arrestato in fuga a Linate per furto, ricettazione ed esportazione clandestina mentre sua moglie, anche lei complice, finiva in manette in Svizzera, Gianfranco Becchina è tornato libero perché i reati sono ormai tutti prescritti. Il legame con la sua terra, la Sicilia, l'ha mantenuto con le terre che suo padre gli ha lasciato tra Castelvetrano e Selinunte dove, nell'Antica tenuta dei principi Pignatelli, produce (con un fatturato di 15 milioni di euro) un olio verde commercializzato fino agli Stati Uniti e "adottato" alla Casa Bianca. La sua parabola è stata rapidissima. Emigrante prima in Sardegna a soli 17 anni, a casa di parenti, e poi in Svizzera, si guadagnava da vivere lavorando come facchino all'hotel Elvezia di Basilea di cui poi è diventato proprietario. Sua moglie, tedesca, l'ha incontrata lì, lavorava alla Palladion, una ditta di antichità. E ha comprato anche quella. E da lì ha cominciato il suo incredibile commercio. Nei suoi archivi di Basilea, i carabinieri trovano traccia di centinaia di compravendite di valore inestimabile. Già negli anni Settanta Becchina vende vasi, anfore e teste di bronzo al Paul Getty Museum e al Louvre. Un'impressionante collezione di reperti archeologici prove- nienti da scavi archeologici naturalmente illegali nel Sud Italia, Sicilia e Campania su tutti. Becchina ha tra i suoi clienti i più importanti collezionisti del mondo, come George Ortiz, detto "il re dello stagno", che fa razzia di bronzi e corredi tombali provenienti dal Sud Italia. Ma Becchina è anche in grado di portare a segno grandi truffe come fece nel 1984 quando per venti miliardi di vecchie lire vendette al Getty Museum una statua di dubbia provenienza. E sempre al Getty vende il famoso cratere di Assteas. In molti lo hanno ritenuto per anni uno dei prestanome di Matteo Messina Denaro. Un rapporto con il suo nome arrivo' sul tavolo di Paolo Borsellino e un pentito di mafia ipotizzò che le cosche intendessero servirsi di lui nel progetto ventilato di rubare il Satiro dal museo di Mazara del Vallo. Ma lui ha sempre respinto sdegnato ogni "abbraccio" con la mafia e ora, ormai in pensione, si gode nella sua tenuta la tanto agognata prescrizione dei reati per il commercio di reperti archeologici.