IL LUNGOMARE è tra i grattacapi urbanistici da ben due secoli. Già Ferdinando II di Borbone nel 1839 con il decreto del Consiglio edilizio individuò la decongestione del traffico del lungomare tra le priorità più urgenti. Questi e altri scenari, quanto mai attuali per il destino della mobilità nella città, vengono delineati da Giuseppe Pignatelli, classe 1974, ricercatore di Storia dell'Architettura del Dipartimento di Lettere e Beni culturali della Seconda università, nel libro sulle trasformazioni del profilo di Chiaia da borgo extramoenia a quartiere borghese, dal titolo "Come una città separata" (Edizioni Scientifiche Italiane, pp. 256; euro 30). Il volume, corredato da un notevole apparato iconografico e documentario, si presenta oggi alle 18 al megastore Feltrinelli in piazza dei Martiri. Con l'autore intervengono la storica dell'arte Rosanna Cioffi, l'architetto Giosi Amirante e l'urbanista Pasquale Belfiore. «Le proposte per il ridisegno del lungomare e per lo sfruttamento della fascia collinare sottostante il tratto finale del corso Maria Teresa (attuale corso Vittorio Emanuele), catalizzeranno l'attenzione del Consiglio Edilizio negli ultimi anni di governo borbonico scrive Pignatelli l'articolato progetto predisposto nel 1859 da un gruppo di professionisti capeggiati da Errico Alvino, avrebbe rappresentato per oltre un trentennio la linea guida di un ben preciso programma urbano per la realizzazione di un vasto insediamento residenziale a Chiaia, da contrapporre a quello, prettamente industriale e operaio dell'area orientale». I tentativi di collegare "la città separata" al resto di quella che era diventata una capitale europea risalgono già a quasi un secolo prima. E' del 1782 l'abbattimento della quattrocentesca porta di Chiaja, che si trovava tra l'inizio di via Chiaia e la fine di via Filangieri, per dare ossigeno ad una zona difficilmente percorribile. Ma questa fu la versione ufficiale: si trattò invece della prima operazione di speculazione edilizia, mascherata da opera pubblica. «Quella bellissima porta presa dal fossato del Maschio Angioino a metà '500 per difendere via Chiaia, accesso privilegiato al palazzo vicereale, fu apposta per fortificare la zona militarmente dopo lo sbarco dei pirati turchi del 1563 racconta Pignatelli ma nella primavera del 1782, sollecitato dagli stessi deputati del Tribunale, il sovrano ne ordinò la demolizione». L'inconsueta sollecitudine da parte delle autorità era in realtà motivata dal voler "ridurre a utili abitazioni quei pezzi di muraglie di città che rimangon nell'uno e nell'altro lato dell'accennata Porta". «I suoli di Chiaia iniziarono a far gola: la zona divenne meta residenziale della nobiltà. Grazie anche al piano per il Risanamento, il quartiere iniziò a cambiare volto: tra 1873 e il 1893 nacque il rione Amedeo con via dei Mille, via Filangieri e via Crispi. In nome di una presunta "pubblica utilità", si avviò la progressiva scomparsa dello straordinario equilibrio tra dimensione urbana e paesaggio rurale. «Dal punto di vista viario la svolta si ebbe già nel 1852 con la realizzazione di corso Maria Teresa, la strada delle colline, intitolato dopo l'Unità da Garibaldi a Vittorio Emanuele, la vera prima tangenziale di Napoli che concluse quell'isolamento aristocratico e paesaggistico che Chiaia aveva gelosamente custodito.
Chiaia attraverso i secoli quel "quartiere separato" fra il mare e la collina
Il lungomare di Napoli è un grattacapi urbanistico da due secoli. Nel 1839, Ferdinando II di Borbone, con un decreto del Consiglio edilizio, individuò la decongestione del traffico del lungomare tra le priorità più urgenti. Nel libro "Come una città separata" di Giuseppe Pignatelli, si esaminano le trasformazioni del profilo di Chiaia da borgo extramoenia a quartiere borghese. Il volume propone proposte per il ridisegno del lungomare e per lo sfruttamento della fascia collinare sottostante il tratto finale del corso Maria Teresa. L'autore analizza anche i tentativi di collegare "la città separata" al resto di Napoli, che risalgono a quasi un secolo prima.
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