Con l'operazione «Teseo» i carabinieri del comando tutela patrimonio culturale hanno restituito al patrimonio italiano un tesoro da 50 milioni di euro Come Teseo uccise il Minotauro, così i carabinieri del comando tutela patrimonio culturale hanno inferto un bel colpo al traffico clandestino di reperti archeologici. Si chiama proprio così, «Teseo», l'operazione che è non è esagerato definire colossale per la quantità di oggetti recuperati in una sola volta: oltre 5.000, per un valore di circa 50 milioni di euro. «Il ritrovamento testimonia l'eccellenza dei nostri investigatori e ci sprona sulla via di agevolare il ritorno nelle regioni di provenienza dei reperti e creare un museo permanente, un luogo sicuro per l'esposizione temporanea in attesa della destinazione finale» riepiloga il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. Al suo fianco il comandante carabinieri Tpc, generale Mariano Mossa, e il procuratore aggiunto della Repubblica di Roma Giancarlo Capaldo. La scena che si presenta ai giornalisti dopo la conferenza stampa al Museo nazionale romano è mozzafiato, sale del museo in successione occupate da distese di anfore, crateri, loutrophoros, oinochoe, kantharos, trozzelle, vasi plastici, statue votive, corazze in bronzo, monili d'oro....Viene chiesto alla soprintendente speciale ai Beni archeologici di Roma Maria Rosaria Barbera di additare un pezzo più pregiato, fra gli altri. Una storia lunga 1.500 anni Ve ne sono, certo, che spiccano per bellezza e accuratezza di realizzazione, ma l'arco di tempo - 1.500 anni, dal millennio a.C. al secondo, terzo secolo d.C. - e la provenienza da diverse regioni del Centrosud non lasciano emergere reperti superstar. Si segnala un vaso con scene dal ratto delle Leucippidi (V-IV secolo), quasi un gigantesco rotolo su cui si snodano scene di vita vissuta; Stele Daunie incise con immagini di guerrieri e donne ornatissime; vasi canosini; vasellame ricollegabile alla cerchia del ceramografo Lydos; affreschi da ville vesuviane di cui s'intuisce la bellezza dell'originario dispiegamento su parete. «Provo gioia - confessa Barbera - ma anche amarezza per il nostro territorio archeologico depredato e massacrato. Sul contesto al quale appartenevano questi oggetti possiamo purtroppo solamente avanzare ipotesi. Sarà una palestra per i nostri archeologi». Quattordici anni è durata l'operazione. Tutto è iniziato con una rogatoria internazionale promossa dalla procura della Repubblica di Roma all'autorità giudiziaria di Basilea, a margine dell'inchiesta che portò al recupero del famoso vaso di Assteas dal Getty Museum di Malibù. In particolare, i carabinieri evidenziarono la figura di un intermediario, Gianfranco Becchina, il quale aveva curato la vendita del vaso al museo californiano. Gli investigatori intensificarono i controlli sull'uomo, dipendente di un albergo divenuto poi titolare di una galleria d'arte in Svizzera con volumi d'affari miliardari. «Becchina era già noto alle forze dell'ordine», ha spiegato il maggiore Antonio Coppola del comando Tutela patrimonio culturale, entrando nel dettaglio: «Nel 2001 fu fermato all'aeroporto Linate di Milano, mentre sua moglie fu arrestata dalle autorità elvetiche. Da allora sono stati necessari anni per arrivare alla conclusione della vicenda perché erano coinvolte diverse figure». Asse Italia-Svizzera «La collaborazione con le autorità svizzere è stata fondamentale» ha osservato Capaldo. Le suppellettili venivano vendute a collezionisti inglesi, tedeschi, statunitensi, giapponesi e australiani, ma anche a grandi musei stranieri, con intermediazioni e triangolazioni effettuate per rendere credibile ed apparentemente legale la compravendita, oppure facendole confluire in collezioni private per simulare una detenzione regolare. Una favola dal lieto fine, quella del loro ritrovamento, i cui esiti giudiziari sono però controversi: il gup del tribunale di Roma a febbraio 2011 nell'ordinare la confisca doveva fare un passo indietro di fronte alla prescrizione dei singoli reati contestati. «È un nodo che affronteremo con il ministro della Giustizia - ha assicurato Franceschini - insieme con l'inasprimento delle pene».