L'idea che ogni qualvolta la mano dell'uomo intervenga per fare qualcosa finisca inevitabilmente per distruggerne un'altra è diventata insostenibile vista l'attenzione che, a cominciare dagli anni '50 del secolo scorso, è stata riservata al tema della "trasformazione". È evidente che in quegli anni i riflettori erano puntati sulle città, sui borghi, sui quartieri. Oggi l'attenzione è puntata sulla campagna visto il massiccio consumo di suolo degli ultimi decenni per moltiplicare servizi, strade, rotatorie ecc Il paesaggio rurale, infatti, è costantemente attenzionato e non solo dagli agricoltori che ne hanno titolo ma soprattutto dalle amministrazioni, dalla magistratura e dagli organi preposti al controllo.Vero è che al suolo agricolo o paesaggio rurale che dir si voglia, oggi viene prestata un'attenzione marginale dalla programmazione urbanistica (lo vediamo dai retini indiscriminati che vengono riportati sulle tavole degli strumenti urbanistici) a meno che non si tratti di zone sottoposte a vincolo paesaggistico, archeologico ecc Difficilmente si tiene conto dellastoria e della vocazione del territorio. Una opportuna e necessaria pianificazione può dare risultati validi solo all'interno di un percorso virtuoso che tenga conto di tutti i fattori altrimenti con la volontà di tutelare tutto non si tutela nulla. Il paesaggio è un bene collettivo e come tale va salvaguardato e valorizzato, rappresenta il nostro migliore investimento in quanto pur restando disponibile rinnova il proprio valore seguendo un processo estremamente semplice a meno che non c'è alcun dubbio che la trasformazione del territorio c'è anche quando si interviene per un semplice cambiamento di colture e allora sta a noi, con gli strumenti a disposizione e la conoscenza dei luoghi oltre con la sensibilità dei singoli, valutare se le scelte operate rappresentino un trauma insuperabile per il paesaggio oppure no. Quindi il problema è la "conoscenza del luogo". Bisogna capire dove e perché queste trasformazioni avvengono. Bisogna considerare che ci troviamo di fronte a delle scelte che coinvolgono l'uomo con la sua storia e con le sue opere. Il paesaggio non può essere considerato un'entità astratta su cui intervenire a proprio piacimento. Esistono aree destinate alla sola produzione agricola dove l'intervento della mano dell'uomo è positivo, dove la realizzazione di sovrastrutture che migliorano la vita dei lavoratori e aumentano la produttività contribuisce alla loro conservazione ma interventi simili non sono possibili dappertutto. Le aree agricole sono diverse le une dalle altre e quindi non è possibile fare le stesse cose dappertutto. Il paesaggio rurale deve entrare nella " pianificazione del territorio" in maniera decisiva imparando dagli errori commessi nella pianificazione delle aree urbane. Con la pianificazione del paesaggio rurale si può evitare che la copertura integrale delle aree, sia pure proprietà di singoli soggetti, annulli la bellezza del paesaggio con i suoi colori e le articolazioni suggerite dalla lettura visiva delle diverse specie coltivate. È evidente che la progettazione nel caso del paesaggio, ha una prospettiva temporale limitata poiché lo spazio aperto è molto più soggetto a trasformazioni sociali rispetto all'architettura costruita. Per questo bisogna creare condizioni equilibrate che consentono al progetto di adeguarsi alle mutazioni. Nelle aree, che da qualche tempo risultano attenzionate dalle Amministrazioni, dalla Soprintendenza e dalla Magistratura, c'è sempre stato un contrasto tra naturale e costruito che rappresentava un valore aggiunto per il territorio. Gli interventi attuali, invece, di fatto rendono "omogenee" ed asettiche aree sterminate di paesaggio che solo apparentemente è rurale, ma di fatto è "artigianale" o "industriale", ed impediscono l'osservazione della sua bellezza . Come al solito nella dicotomia tra tutela ambientale e sviluppo, la verità sta nel mezzo: è necessaria una pianificazione interdisciplinare scrupolosa che parta dalla individuazione delle infrastrutture delle masserie, interagisca con l'agricoltura per ridisegnare un territorio che non nega le sue origini ma migliora la produzione e la qualità del lavoro con l'aiuto della tecnologia. È importante, ripeto, che tutto ciò avvenga seguendo una logica, un ordine, leggendo ciò che abbiamo per definire un programma, un piano che non abbia paura delle trasformazioni ma che ci porti lontano dalle omologazioni. Non è pensabile infatti che pianure che si perdono a vista d'occhio visibili da monti che le proteggono, cambino connotazione in nome dello sviluppo, diventando altro, nel disprezzo del paesaggio, della storia e della vocazione del luogo: parlare di paesaggio significa parlare di estetica. La percezione che dobbiamo avere del paesaggio è la discontinuità che porta valore di tipo sociale, culturale ed estetico. È un tema questo che interessa l'intero territorio nazionale visto che la tutela del paesaggio è sancito dalla Costituzione, sia che si tratti di paesaggio naturale che costruito nella consapevolezza che anche noi facciamo parte di questo immenso contenitore in evoluzione. Non appartengo certamente alla schiera di coloro che vogliono "incartare" il paesaggio ma, come in natura, mi piace pensare ad una visione diacronica in cui l'uomo, pur tenendo conto delle variabili ed escludendo le criticità idrogeologiche, dia il suo contributo per impreziosire, per rendere più bello ed attraente ciò che ci circonda e, perché no, aumentando e migliorando la produzione agricola, senza negare nulla di ciò che abbiamo ma solamente integrando quanto la natura ci ha regalato. Non è certamente giusto che un patrimonio ambientale venga distrutto e compromesso nella sua integrità, ma non è neanche possibile bloccare iniziative in agricoltura che, se ben gestite, possono contribuire alla valorizzazione anche dei Beni Culturali. Del resto le trasformazioni del paesaggio ci sono sempre state sin dalla notte dei tempi. Proviamo ad immaginare che cosa potrebbe esserci oggi in Costiera Amalfitana se l'uomo non avesse costruito le case, i borghi e soprattutto i muri a secco per strappare il terreno al bosco, per renderlo produttivo. Tutte opere che si inseriscono nel paesaggio e che ci restituiscono uno scenario unico, di una bellezza irripetibile e di un equilibrio perfetto tra naturale e costruito. Non ho voluto dare un taglio normativo al problema in quanto, a mio parere, il nemico da abbattere è costituito proprio dalla farraginosità delle leggi che spesso si annullano eo si sovrappongono impedendo nella loro complessità la possibilità di un approccio semplice alle tematiche esposte. In Campania il legislatore con quanto normato dal punto 3.2.2 del Piano Territoriale Regionale ha avviato un percorso propositivo spesso bloccato dalla normativa Nazionale e Comunale. Non si può andare avanti in questo modo. Il problema dello sviluppo agricolo e della tutela del territorio ha un nemico: la competitività. Bisogna rendersi conto che in certe aree si può produrre bene e senza danni solo a certe condizioni: la terra non può diventare una macchina per ottenere prodotti "calibrati" a basso costo. I disastri quotidiani, conseguenza dei dissesti idrogeologici provocati da un uso dissennato del territorio, ci dicono che il ritorno alla terra è diventato una necessità e quella che può sembrare una difficile convivenza può diventare un'occasione di sviluppo integrale. Si sta attuando una devastazione sistematica è necessario puntare sulla individuazione di un rapporto positivo con la natura sul rapporto dare - avere. Bisogna ripartire dalla coltivazione dei boschi per poter recuperare ed apprezzare tutto il resto e chiedere alla terra solo ciò che realmente può dare. Il patrimonio ambientale come quello culturale va conservato per il valore intrinseco in sé, se poi produce tanto meglio. Architetto
La Città di Salerno
19 Gennaio 2015
SALERNO - IL TERRITORIO TRA TUTELA E SVILUPPO
CA
Carmine Petraccaro
La Città di Salerno
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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