Ricerca precaria «Intelligenze fuggitive», un'inchiesta sui ricercatori dell'università. La precarietà come cartina di tornasole del «sistema formativo» italiano Recentemente, le agenzie di stampa hanno diffuso una notizia passata pressoché inosservata. Con tono allarmato, alcuni presidi e docenti dell'Università La Sapienza di Roma si domandavano il perché ci fosse stato una calo vorticoso di esami nell'anno accademico passato e quello in corso. Ma come, affermava un docente, gli studenti accettano di pagare tasse sicuramente alte rispetto a quando offre l'università, compiono temerari slalom per compilare adeguati piani di studio che tengano il ritmo infernale dei corsi e poi non si presentano agli appelli: come mai? La risposta potrebbe portare a seguire il sentiero già tracciato dalle molteplici analisi sulla crisi dell'università italiana. Analisi divergenti certo, ma accomunate dalla stessa logica: le università possono evitare la deflagrazione solo se si sottomettono alle necessità del mercato del lavoro. Per l'autore di una ricerca condotta tra i precari dell'università, e ora raccolta nel volume Intelligenze fuggitive (manifestolibri, pp. 143, 14), la spiegazione di tale crollo degli esami va invece cercata in quella sottrazione dalla vita universitaria che gli studenti mettono in pratica in forme e modi assai eterogenei tra loro. Perché oramai l'università è un luogo di transito, dove sostare il meno possibile, magari intraprendendo strategie (opportunistiche o, all'opposto, solidaristiche) di sopravvivenza in una realtà che poco offre - un insieme di saperi parcellizzati -, ma molto chiede (in tempo e denaro). Il libro di Gigi Roggiero, questo il nome del ricercatore che ha condotto l'inchiesta tra la «Rete dei ricercatori precari», non si occupa però di studenti, ma appunto di precariato universitario, cioè di quell'insieme di ricercatori, docenti a contratto, assegnisti di ricerca che costituiscono la maggioranza della forza-lavoro intellettuale nell'università. La necessità di conoscere questo mondo sotterraneo è nata durante le mobilitazioni dello scorso anno contro il progetto di riforma presentato da Letizia Moratti che prevedeva una istituzionalizzazione del lavoro a tempo determinato anche nella «fabbrica dei saperi». Per alcuni mesi, i ricercatori precari hanno rotto il velo che celava una situazione a dir poco inverosimile: le università italiane funzionano grazie soprattutto ai lavoratori precari che fanno ricerca con mezzi di fortuna (i laboratori, quando ci sono, sono dotati di tecnologie e strumenti a dir poco superati) e con un salario intermittente così come il lavoro. Ma se questa è la realtà della ricerca, non molto diversa è la situazione dell'insegnamento, dove sono all'opera un piccolo esercito di docenti a contratto, ricercatori e dottorandi che vanno in cattedra al posto di docenti di prima e seconda fascia (gli associati e gli ordinari). E tuttavia la battaglia di questi ricercatori precari non ha chiesto solo la fine di una condizione lavorativa segnata dal ricatto, dall'asservimento servile ai «baroni», ma ha chiesto un radicale mutamento dell'università italiana a partire dalla propria condizione di precari. Il puzzle che viene composto nel volume restituisce certo un panorama noto, ma osservato da una prospettiva tanto «parziale» quanto politicamente radicale. La battaglia contro la precarietà è conducibile allora solo se vengono sovvertire le gerarchie e la logica dominante la «fabbrica dei saperi». Che ci sia un filo rosso tra l'autonomia universitaria, la riforma Zecchino-Berlinguer e le proposte di Letizia Moratti non è certo una novità; che la deregolamentazione dell'accesso alla ricerca e alla docenza ha significato il dilagare a macchia d'olio della precarietà neppure, così come è noto che il dispositivo del «32» ha legittimato un impoverimento dell'«offerta formativa». L'analisi di Gigi Roggiero consente dunque di mettere a fuoco alcune caratteristiche, e qui sta il valore conoscitivo e politico della ricerca, del lavoro intellettuale nelle università a partire dalla presa di parola dei ricercatori stessi. Così, la tendenza alla «licealizzazione» dell'università si associa alla dequalificazione e, al tempo stesso, estrema frammentazione dei saperi funzionale alla costruzione di un sistema formativo organizzato su tre livelli: poli di eccellenza gestiti da imprese private, università statali di basso livello che devono «sfornare» forza-lavoro funzionale alla knowledge society e un terzo livello di «alto rango» prevalentemente pubblico, ma che conosce un'iniezione di capitale privato. Inoltre, l'accesso al sapere avviene ancora su «linee di classe», anche se questa realtà è celata da una retorica meritocratica o, peggio, di efficienza aziendale. Questo non significa che l'università non sia più di massa, bensì che è solo il «censo» che apre le porte dei poli d'eccellenza pubblici, privati o a capitale misto. Condizione necessaria per questa modello di sistema formativo su tre livelli è ovviamente il tempo determinato per la forza lavoro intellettuale. La precarietà è dunque l'habitat naturale di chi vuol fare ricerca, nonostante l'ideologia sulla knowledge society che assegna alla formazione e all'innovazione un ruolo determinante nella competizione economica mondiale. Ma per molti degli intervistati, in Italia i «giochi sono fatti» e i ricercatori precari sono una «periferia accademica» rispetto a un «centro», costituito da «baroni». Allo stesso tempo, la proprietà intellettuale - i brevetti, ma non solo - più che attestare il grado di eccellenza delle facoltà scientifiche è uno strumento di governo della forza-lavoro: più brevetti, più puoi sperare nel rinnovo del contratto a tempo determinato. Ma l'università è in ogni caso considerata una «casa comune», anche se gli intervistati continuano a pensarsi come «singolarità». Particolarità del lavoro intellettuale, diranno i più, ma dal volume emerge invece la perdita definitiva dell'aura che ha circondato il lavoro intellettuale. La ricerca, come la docenza, può appassionare e vedere una dilatazione inverosimile dell'orario di lavoro, ma è del tutto assente una nostalgia del passato, quando le ideologie della «professione» o dell'intellettuale che illuminava la caverna del vivere sociale svolgevano un ruolo fondamentale nel definire lo status del ricercatore o del docente. I ricercatori attuali percepiscono se stessi come lavoratori della conoscenza gelosi, però, della loro «singolarità», al punto che la tanto denunciata «fuga dei cervelli» è giudicata come una scelta individuale di autovalorizzazione («vado all'estero da precario, ma guadagno di più e ho più finanziamenti per la mia ricerca»). Allo stesso tempo, la richiesta di autonomia dell'università è affermata come sottrazione dalla logica mercantile che frammenta il sapere in base alle necessità della produzione. Questo però non significa che non sono disponibili ad azioni collettive. Soltanto che immaginano forme di mobilitazione dove le «singolarità» non siano chiuse nella gabbia di una organizzazione basata sui princìpi della rappresentanza. E disincantato è infatti il rapporto con i sindacati (nessuna inimicizia: si possono usare come una struttura di servizio). In altri termini, anche i ricercatori precari dell'università, proprio grazie alla «particolarità» del lavoro svolto, sono intellegenze en general, cosi come lo è tutta la forza-lavoro.