Auguri di buon compleanno a Legambiente, che oggi compie venticinque anni. Essere arrivati a quest'età, sopravvivendo ai grandi ma anche terribili cambiamenti subiti dal mondo, è sicuramente un motivo di soddisfazione. Che presenza ha avuto in questi processi, quella che un po' altezzosamente diciamo essere la più importante associazione ambientalista italiana? Marginale, o vi ha almeno in una minima parte influito, facendovi crescere le istanze ambientaliste? A me, che sono un suo dirigente e quindi di parte, pare che Legambiente abbia fatto compiere passi significativi al progetto ecologista. Basterebbe a testimoniarlo il fatto che da quel gruppo di persone che si recò dal notaio, con pochi quattrini e molta passione, Legambiente ha saputo diventare,nel corso degli anni, una presenza diffusa sul territorio con oltre centomila iscritti, quasi tutti sufficientemente capaci di «disturbare il manovratore», anche se perennemente squattrinati. Ma a parte la sua consistenza, lo testimoniano anche le cose fatte dall'associazione durante i tanti anni e le tante battaglie che ci separano da quel 20 maggio 1980. Essere soddisfatti delle cose fatte è giusto, ma sarebbe un errore sentirsi appagati. Noi che pretendiamo di diffondere in questa società dei consumi e della crescita il concetto di limite, dobbiamo avere ben presente la forte sproporzione che c'è fra le forze che abbiamo saputo accumulare in questi anni e ciò che realmente servirebbe per far fronte alla drammatica situazione ambientale del pianeta. Facciamo dunque festa per i nostri venticinque anni, ma consapevoli di questa sproporzione; e soprattutto consapevoli che i tempi a disposizione per colmarla non sono molto lunghi: guerra permanente e terrorismo, crisi climatica che in 80-100 anni potrebbe sconvolgere la vita su gran parte della terra, degrado e mercificazione dei beni comuni ci dicono che non sarà concessa una tranquilla navigazione verso quel futuro sostenibile per cui operiamo. Ed allora forse è più utile una festa che aiuta Legambiente a tenere alta la guardia contro il nucleare che vogliono far ritornare, anziché ricordare quello che abbiamo seppellito tanti anni fa. Così come è preferibile che i brindisi, che oggi faremo ai tanti simboli del protagonismo dell'associazione, il Fuenti, la Valle dei Templi, goletta e treno verde, il pacifismo, i volontari che le popolazioni colpite dalle cosiddette calamità naturali trova al suo fianco, non producano solo una «gioiosa ubriacatura da successo», ma anche idee e progetti per dare continuità e maggiore incisività a quelle esperienze. A pensarci bene, forse la cosa più importante che Legambiente ha fatto in questi 25 anni è l'aver saputo acquisire credibilità e prestigio fra la gente, non solo per la concretezza delle sue battaglie o per la scelta dell'ambientalismo scientifico e non ideologico, ma anche e soprattutto perché essere concreti non ha voluto dire chiudersi nel proprio specifico, che avrebbe presto reso inutile e perdente la presenza di Legambiente. Non abbiamo in altre parole mai rinunciato a porre la nostra iniziativa associativa al livello delle grandi questioni che la crisi ambientale del pianeta pone; e lo abbiamo sempre fatto cercando di contaminare altri soggetti e aprendoci alla loro contaminazione. Sarebbe stato facile, infatti, puntare ad una crescita dell'associazione chiudendoci nel ghetto dorato di questo o quel pezzetto di «sostenibilità» che spesso viene offerto agli ambientalisti purché lascino libero il manovratore di diffondere nel resto della società degrado ambientale e sociale. Pur fra limiti evidenti e contraddizioni, abbiamo in questi anni preferito percorrere un'altra strada. Legambiente si è sforzata di costruire cioè un'esperienza associativa di massa, capace di proposta e di conflitto e soprattutto di intrecciare la questione ambientale a quella sociale. E' sulla base di questa ispirazione che abbiamo costruito un piano del lavoro facendone un obiettivo prioritario della nostra iniziativa. Piccoli passi che hanno però permesso di aprire sia nel sindacato che fra gli ambientalisti una riflessione nuova, che in parte sanava la ferita della Farmoplant. La medesima ispirazione ha portato questa esperienza associativa a essere parte integrante del movimento che rifiuta le globalizzazione liberista, con il quale abbiamo la campagna clima e povertà. Non avrebbe alcun senso e alcuna prospettiva una lotta per impedire i cambiamenti climatici che non fosse anche leva per sconfiggere la povertà di larga parte dell'umanità. Tutto bene dunque? Non credo sia così. Non possiamo nasconderci il rapporto difficile con la politica e le sue decisioni. Così come è evidente la sproporzione fra le forze che organizziamo e quelle necessarie a costruire un'alternativa di pace e sostenibilità. Né il rischio di un ambientalismo predicatorio e subalterno è scongiurato da ciò che scriviamo nei documenti congressuali. Festeggiamo dunque i venticinque anni di Legambiente, ma che sia una festa in cui prevale la voglia di mettersi in discussione, di non sentirsi appagati. Forse può aiutarci a capire quale sia lo spirito giusto con cui fare festa, e insieme rendere possibili altri 25 anni, ricordare quel meraviglioso verso di Bertolt Brecht: «se questo resta com'è, siete perduti, il vostro amico è il cambiamento, lasciate quel che avete e prendetevi quel che vi si rifiuta».