LIVORNO Ricorda Roberto Mei che quando Lucio Dalla venne a Livorno a presentare Gli occhi di Lucio rimase talmente estasiato dall'ex teatro Lazzeri che lo richiamò dopo una ventina di giorni per raccontargli i brividi che quel luogo gli aveva acceso. «Avete fatto una cosa meravigliosa, un posto così sarebbe stupafecente anche se fosse a Milano. Ma Livorno lo merita?». Era il 10 dicembre 2008. L'ex Lazzeri, cinema tra i più antichi della città, inaugurato nel 1923, sopravvissuto ai bombardamenti e caduto sotto i colpi del degrado e di trent'anni di proiezioni a luci rosse, era appena resuscitato grazie ad un restauro costato alcuni milioni di euro, affidato dai nuovi proprietari - la società Primerose di Enrico Baracchino - allo studio Archea di Firenze, recuperato nei suoi affacci in stile liberty su piazza Guerrazzi e via Buontalenti, e all'interno trasformato in libreria, salvandone però l'anima di teatro, con le ariose volumetrie rimaste intatte, la platea, la galleria, i boccascena diventati luoghi in cui sfogliare pagine, accompagnati dalle note di jazz o di musica classica, sorseggiando un bicchiere di vino o una cioccolata calda. Livorno sembrava meritarlo un posto così, che la faceva tanto città europea: al pian terreno e negli ex sotterranei del teatro due chilometri lineari di scaffali, 50mila titoli in mostra proposti dal colosso librario Edison, che ne aveva preso la gestione. Sopra, sul ballatoio, la caffetteria-ristorante. Aperitivi, presentazioni di libri, scrittori di livello nazionale e autori locali. La formula sembrava magica, perché fin dal primo giorno - quando tremila persone crearono una fila che arrivava fino a via Grande per mettervi piede - era riuscita a portare i giovani, centinaia e centinaia di giovani in un luogo per molti non particolarmente attraente: la libreria. E anche quando nel 2012 la Edison iniziò a barcollare e finì in liquidazione, sembrava che quel posto fosse destinato ad avere un futuro radioso: perché a dicembre di quell'anno l'attrice Isabella Cecchi col marito Gianmarco Carracoi rilevò il ristorante-caffetteria e gli dette un volto nuovo aprendo Madame Sitrì, nel menù nouvelle cuisine, prodotti "bio" e serate ammiccanti dedicate al burlesque. E il mese dopo anche la libreria fu salvata, con la società Colorado Gulliver che vi portò in franchising il marchio Mondadori, preservando tra l'altro i cinque posti di lavoro. Ma era un'illusione e lo si capiva bene pian piano che passavano i mesi, con il pubblico sempre meno numeroso a passeggio tra gli scaffali, le iniziative culturali, artistiche, musicali sempre più rare, il personale sempre più palesemente affannato. A dicembre 2014 la prima avvisaglia fu la chiusura di Madame Sitrì. Appena un mese dopo, domenica scorsa, l'ultimo atto, un cartello affisso alla vetrata della libreria con un messaggio ferale: "Chiuso per cessata attività". «Proprio stamani (venerdì, ndr) sono venuti a riconsegnarmi le chiavi e non so descrivere il magone che ho provato», racconta Roberto Mei, una delle due anime - insieme a Baracchino - dell'operazione che riportò l'ex Lazzeri a nuova vita. «Di colpo mi si è riacceso un flash sui giorni dell'inaugurazione, sul concorso di idee che facemmo con la Sovrintendenza e il Comune per scegliere il miglior progetto di recupero, e prima ancora sulla convinzione con cui Pamela Ognissanti portò avanti l'idea di ridare vita a quel vecchio teatro che cadeva a pezzi, immaginandolo come fiore all'occhiello del centro, completamento naturale di via Grande, come in effetti è stato in questi anni. Dal 2008 il nuovo look dell'ex Lazzeri è finito sulle grandi riviste di tutto il mondo, e così gli interni, i marmi di Santa Fiora, i quattro boccascena mantenuti, quel lampadario disegnato ad hoc. Ma probabilmente aveva ragione Lucio Dalla ad avere quei dubbi: Livorno, un luogo del genere, non lo merita». Dopo tre giorni di inventario e dopo il trasloco, ora là dentro sono rimasti solo i cartellini affissi sopra gli scaffali vuoti: tascabili, classici, bambini, e tutti gli altri. L'occhio scruta oltre le vetrate e vede il buio, quasi sente il silenzio. La Edison - come ancora la chiamano a Livorno - sembra un luogo del passato, uscito da un libro. Sicuramente è lo specchio di una città che soffre la crisi assai più delle altre e che certe ambizioni d'europeismo non può ancora permettersele. Cosa è successo per portare alla chiusura? Marco Ghezzani della Filcams Cgil, che ha seguito la vertenza-lampo dei cinque lavoratori, spiega che la Colorado ha rifiutato ogni contatto col sindacato e non ha mai risposto alle richieste di incontro, limitandosi a mandare il preavviso ai dipendenti, che ora sono tutti a casa con l'indennità di disoccupazione, e a cessare l'attività, anzi, per essere precisi, a riconsegnare il ramo d'azienda che aveva affittato dalla Edison, alla stessa Edison che nel frattempo non esiste più. Roberto Mei invece si spinge in un'analisi più ficcante: «Quando il patron di Edison, Bellentani, decise di chiudere, avviò una trattativa con Feltrinelli, che poi però fece saltare per i dissidi che le due società avevano sulla libreria di piazza della Repubblica a Firenze. E così Bellentani cedette il ramo d'azienda a Colorado, che però non aveva mai gestito un locale così importante e non ha saputo curarlo, creare iniziative, tenere acceso l'interesse come faceva Edison - spiega Mei -. Il pubblico è diminuito e noi, per agevolare i nuovi gestori, abbiamo accettato di rinunciare all'affitto, accontendandoci di un coefficiente sulle vendite. Ma non è servito». E adesso? Per quanto tempo quelle vetrine resteranno spente? Mei cerca di lasciar da parte il magone e prova ad estarre un po' d'ottimismo dal cilindro: «C'è stato un contatto con Eataly e con Oscar Farinetti, sono venuti quelli del Mercato di San Lorenzo con l'idea di installarvi dei minicorner. Proprio domani (oggi, ndr) avrò un incontro con i rappresentanti di una multinazionale. Io sono ottimista, pensoe positivo». La location è meravigliosa, forse la più bella della città. Immaginare che resti chiusa a lungo sarebbe come dire che il letargo di Livorno è davvero lontano dal finire.