Hasankeyf è un villaggio medioevale nella Turchia sud-orientale con una lunga e ricca storia alle spalle: dà sul Tigri: di qui sono passati gli assiri, i romani, ha una moschea con un elegante e svettante minareto del XVsecolo, i pilastri di un ponte del XII secolo, la tomba di un imam nipote dello zio di Maometto e luogo di pellegrinaggio. Hasankeyf è nel cuore di una zona a maggioranza curda fitta di reperti e sepolcri ancora da studiare, e si ritrova un'altra volta nei guai: il paese rischia di finire sott'acqua, sommerso dal bacino di una diga, e veder travolti il proprio passato remoto e moltissime tracce della recente, tragica, storia curda e armena. Sormontato da una rupe con cittadella fortificata piuttosto malconcia, il paese si affaccia sul grande fiume che elargisce vita in una zona di terra arida e giallastra e nel quale, nella lunga stagione calda, i ragazzini sguazzano e si può mettere a mollo i piedi consumando del buon pesce alla griglia nei ristorantini con tavoli in acqua. Ma, dopo essere stato sventato da forti proteste nel 2002, è ripartito da un anno e mezzo un progetto per costruire la diga di Ilisu. È «ripartito » perché sono cambiate le ditte ma non la sostanza: il piano è inserito nel Progetto della Grande Anatolia che comprende altri impianti idroelettrici e dighe su una via cruciale per la gestione e il controllo dell'acqua in quest'area calda del Medioriente - a sud ci sono Siria e Iraq. La notizia ha già sollevato proteste: le donne di Hasankeyf,mai consultate dalle dalle autorità, sono decise a non spostarsi, la comunità curda si sta mobilitando e un'archeologa dell'Università nazionale irlandese di Galway, Maggie Ronayne, ha indagato sul posto su richiesta del Kurdistan Human Rights Projects con sede a Londra. E nel suo rapporto, pubblicato dall'istituzione irlandese, lo ha messo in chiaro: in gioco c'è sia una questione squisitamente culturale, di testimonianze di più culture, e c'è una questione umanitaria e riguarda i diritti dei curdi. «È un progetto da un miliardo di euro per un'area di oltre 300 chilometri quadrati che, se va avanti, investirà 78 mila persone», denuncia Maggie Ronayne che dalla specializzazione sul neolitico è passata alle campagne contro le distruzioni di guerre e progetti troppo invasivi. «Una campagna d'opinione bloccò il precedente progetto - ricorda - ma altre ditte lo hanno ripreso pari pari, ce lo hanno confermato fonti delle autorità turche stesse, e stanno negoziando con lo Stato per un nuovo contratto. Le imprese vedono come capofila l'austriaca Va Tech, che sta per essere acquisita dalla Siemens, sono europee con alcune affiliate turche». Il problema, il dramma, avverte, è tanto culturale quanto politico: «Il governo turco ha dichiarato che Hasankeyf sarà salvata,ma non è vero: in realtà intende dare soldi a degli archeologi per smontare e portare parte dei monumenti in alto, oltre il livello di sommersione ». Per inciso: l'acqua sommergerà tutto il paese e la piana, minareto compreso, tranne quel che è all'altezza della rocca. «Peraltro esistono molti altri siti, nella zona», dice. Alcuni antichi, come una tomba circolare di Bey Zenel, «ma il territorio è cosparso di testimonianze recenti, luoghi di sepoltura legati al genocidio armeno, alle lotte curde soppresse nel sangue - insiste l'archeologa -. Hasankeyf oggi conta 3.500 persone, tanti lo hanno abbandonato per la minaccia della diga. Le donne in prima fila si oppongono perché vogliono proteggere la loro cultura, la comunità, i suoi saperi. Alcuni archeologi diranno: non è meglio prendere soldi dalle imprese, salvare uno o due siti, raccogliere informazioni? Io e altri pensiamo di no».