Una caccia al ladro che sembra uscita da un romanzo d'avventura. Protagonisti che si muovono sullo sfondo di terre lontane. E un lungo viaggio che inizia inseguendo il filo di un'intuizione: da Roma a Buenos Aires, da Buenos Aires fin su al nord dell'Argentina, e di lì in un santuario sperduto. Con un solo obiettivo: ritrovare il Bambinello dell'Ara Coeli. Non è un libro, è la realtà, quella che supera la fantasia. Un alto ufficiale dei carabinieri, uno scultore di Sermoneta, un maresciallo dell'Arma. Insieme dalla Capitale seguendo le orme della reliquia scomparsa, la più cara, la più amata dai romani. Fino a un «blitz» del 2003 in un convento argentino, insieme alla polizia locale, chiedendo ai frati di spogliare la statuina: una copia, si scoprirà alla fine, con un ultimo dubbio che però resta aperto. Come in un romanzo, serve un passo indietro, fino al febbraio del 1994. Quando l'antica statuetta dipinta del XV secolo, realizzata in legno d'ulivo e venerata dalla città tutta, sparisce dal convento dell'Ara Coeli, di fianco al Campidoglio. Il furto è strano, tanto che gli stessi detenuti di Regina Coeli e Rebibbia si muovono sdegnati. Il tam tam interno alla «mala», per impedire l'eventuale acquisto da parte di un ricettatore, racconta la ferita profonda di tutta la Capitale, anche nella sua parte meno limpida e onesta. Per questo il sospetto iniziale parla subito del colpo di due balordi che, sperando in un ricavo economico, compiono un furto dal quale poi, loro per primi, restano «spaventati». La statuina sparisce, mai più una traccia, un segno. Così l'altra pista immagina una sorta di «venerazione» privata da parte di una persona malata che ha voluto sottrarre il Bambinello per «salvarlo». Ma da chi? Da cosa? La domanda però è anche un'altra. È integro, il Bambinello, conservato in un luogo nascosto? O è stato distrutto? Il fascicolo aperto nel 1994 non è mai stato chiuso. Ed è nel 2003 che i militari del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale riprendono in mano l'inchiesta. Spulciando fra le carte emerge un'anomalia: le molte copie del Bambinello. Perché, si chiedono i militari, di una statuetta che da secoli è venerata in originale, all'improvviso si sente il bisogno di fare delle copie? Due i «sosia» del Gesù di legno, che alla fine diventeranno tre. L'insolita «commessa», allo scultore Maurizio Orsini, arriva pochissimo tempo prima del furto. E l'artista si mette al lavoro sul finire del 1993. Ha appena cominciato, quando i giornali lanciano la notizia del colpo. Per fortuna l'opera può continuare seguendo il modello dei vestitini della statua, prima con una bozza in legno di pero, poi con un'altra d'ulivo. Ma prima che finisca è già pronta un'altra copia, quella di un secondo scultore. Il Bambinello di Orsini così finisce in Argentina. Ma in modo strano, rivela lo scultore. Gli viene richiesta da un santuario dal quale lo chiama un religioso che Orsini ha conosciuto appena, in visita a Roma durante quei giorni. La statua, benedetta dal Papa, viene così donata ai religiosi argentini. Dieci anni dopo il dubbio forse nasce da una soffiata. Il viaggio in Argentina fa tappa prima a Buenos Aires, poi da lì si sposta al nord. Ci sono l'ufficiale in comando, il maresciallo che ha dedicato dieci anni di vita a cercare la reliquia e che ancora la sta cercando, l'artista, l'unico che è in grado di riconoscere la sua copia dall'originale. Perché la domanda è una sola: se nel santuario, invece dell'opera moderna, sia custodita quella vera, l'antica. Intercettazioni telefoniche strane, confidenze, elementi tuttora protetti dal segreto spingono a verificare l'ipotesi. Ma c'è di mezzo un paese straniero, e muoversi non è facile. Soprattutto, non è facile arrivare di sorpresa. Molte persone devono essere informate per tempo. Così, quando il gruppo giunge sul posto, qualcuno già sa. I poliziotti locali sono informati. Anche i religiosi di quel santuario al nord sono a conoscenza del viaggio. E l'accoglienza, racconterà poi Orsini, non è delle migliori. Non ci sono problemi a spogliare la statua. I segni segreti che solo Orsini, l'autore, conosce, quei segni appena visibili sono proprio lì: quella è la sua statua, non è l'originale. La pista insomma sembra sfumata, perduta nelle nebbie del tempo. Con quel tarlo che ancora rode gli investigatori. Troppi sapevano del viaggio. E la sorpresa non è stata tale.