Assieme ai nuovi calendari e alle pessime notizie d'oltralpe, l'inizio d'anno ha conosciuto anche un rinfocolarsi delle polemiche sul Progetto Fori Assieme ai nuovi calendari e alle pessime notizie d'oltralpe, l'inizio d'anno ha conosciuto anche un rinfocolarsi delle polemiche sul Progetto Fori, scaturite dalla relazione conclusiva della Commissione che Ministro dei Beni culturali e Sindaco di Roma avevano costituito sul tema della sistemazione dell'area archeologica centrale. La relazione collaziona molti e diversi spunti derivati da studi precedenti, in particolare dalle Linee Guida per la Sistemazione dell'area monumentale centrale del 2008 e dai progetti elaborati dalla Soprintendenza Archeologica statale, oltre che dal Piano prodotto dall'Assessore Caudo, presentato nella primavera del 2014. Da quest'ultimo, che a sua volta esprimeva compiutamente, in questo senso, uno dei punti qualificanti del programma elettorale di Marino, la relazione riprende giustamente l'idea di uno spazio urbano aperto, pienamente inserito nel flusso della vita quotidiana, senza recinzioni e quindi da intendersi non come Parco Archeologico in senso tradizionale, ma luogo - di valore storico, archeologico, estetico inestimabile - destinato alla libera fruizione di cittadini e visitatori. Conseguente a questa impostazione è il corretto suggerimento di restituire l'area del foro romano al libero accesso, così come era stato per alcuni anni, fino al 2004. Un'altra indicazione del tutto sottoscrivibile deriva dall'auspicio di una completa ridefinizione del progetto del Centro Servizi collegato al Colosseo, al momento caratterizzato da un livello architettonico, funzionale e di impatto inaccettabili. Altre considerazioni, pur condivisibili, non riescono invece ad assumere un'articolazione tale da superare il livello del mero buon senso: la necessità di soluzioni non semplicistiche (ma non meglio specificate), di miglioramento del decoro urbano, di superamento di una concezione elitaria tramite una comunicazione moderna, di un approccio partecipato, ecc. Nel suo complesso la relazione non restituisce una visione organica che possa inquadrare il Progetto nelle sue finalità e in un contesto metodologico compiutamente definito, impegnata come si mostra in più punti, nello sfibrante esercizio della conciliazione degli opposti anche a costo di spericolate acrobazie verbali e talora contraddizioni palesi. Esito non sorprendente se si considera che - per colpa di chi l'aveva designata: Franceschini e Marino - la Commissione era priva o carente di competenze fondamentali, dalla trasportistica, all'economia, dalla museologia all'ingegneria strutturale (in un'area ad altissimo rischio idrogeologico). La più vistosa delle contraddizioni è rappresentata sicuramente dall'ambiguità che caratterizza il destino di via dei Fori Imperiali: sottolineando la mancanza attuale oltre che di risorse, di "progetti di alto profilo" (ma non era l'obiettivo stesso della Commissione?), la relazione dilata ad un futuro indistinto l'ipotesi dell'eliminazione della strada, negandone, in ogni caso, la necessità quale elemento costitutivo del Piano Strategico ed anzi riservando a future soluzioni innovative - evidentemente non alla sua portata - la conciliazione delle due esigenze - poste sullo stesso piano culturale - "di ricomposizione dei Fori e mantenimento dell'asse". Conciliazione che si incrina subito dopo, laddove si propone invece lo scavo del Foro di Cesare che, inesorabilmente, "richiederebbe lo smantellamento del bordo occidentale della via". La rimozione concettuale del problema di via dei Fori Imperiali produce altre evidenti incongruenze: così ad esempio, mentre si dichiara in più punti la necessità di restituire a cittadini e visitatori una comprensione chiara dei resti monumentali, si sorvola sul fatto che proprio la stradone d'asfalto è uno degli elementi di disturbo più evidenti per una lettura spaziale corretta dell'intera area dei Fori imperiali: vero e proprio muro dissonante, cesura posta a frammentare un'area continua ben più invasiva di quella via Alessandrina di cui si propone, proprio per questi fini, lo smantellamento. E le passerelle o viadotti di varia natura che la relazione addita come soluzioni preferibili sono, al contrario, ulteriori barriere che si frappongono alla creazione di quello spazio di libera circolazione da tutti auspicato, soluzioni accettabili in luoghi chiusi di modesta estensione, incongrue in un'area di questo tipo. Non sorprende, in questo quadro, che l'unico componente della Commissione che potesse vantare consolidate competenze sul Progetto Fori, Adriano La Regina, abbia messo a verbale - e poi ribadito in altre sedi - il proprio dissenso proprio su questo aspetto. Una contraddizione palese è poi rappresentata dall'ipotesi di moltiplicazione degli organismi decisionali e di controllo: per risolvere il groviglio amministrativo e gestionale che grava su di un'area con competenze suddivise fra troppi attori, si propone addirittura di triplicare le strutture di coordinamento (cabina di regia, commissione di coordinamento, organismo di gestione) creando così un sistema di scatole cinesi, nel migliore dei casi inutile, quando non palesemente peggiorativo dell'efficacia operativa e in conflitto con i compiti istituzionali di Soprintendenza e Comune. Per altri aspetti la relazione si rivela un'occasione persa - ma, ripeto, la responsabilità principale è dell'inettitudine della politica a decidere e a scegliere - laddove, ad esempio, cita a più riprese la necessità dell'innovazione - quasi un'ossessione lessicale, raramente esemplificata - ignorando poi, per quanto riguarda alcuni fondamentali aspetti quali il tema della partecipazione e della comunicazione, il dibattito più aggiornato in tema di public archaeology e Critical Heritage studies e sorvolando così su di un problema cruciale quale il rapporto, in uno spazio come questo, fra le diverse e potenzialmente conflittuali esigenze di differenti categorie di utenti e le criticità del turismo di massa, elemento di dirompente novità rispetto al Progetto Fori degli anni '80. Al di là delle difficoltà insite in operazioni di questo tipo, vi è però, a giustificarne l'esito complessivo, una ragione politico concettuale evidente: la relazione esordisce con un'inaudita celebrazione dell'attuale PRG romano, che, al contrario, rappresenta una delle cause primarie dell'attuale situazione di degrado urbanistico della capitale (su eddyburg, qui e qui), un macigno che ne sta ostacolando i faticosi tentativi di risanamento edilizio e sociale. Il Progetto Fori è, da questo punto di vista, il simbolo di una visione urbanistica, politica, culturale diametralmente opposta: impossibile inquadrarlo in un simile contesto, ne è irriducibile, a meno di non stravolgerne l'identità. Anche per questo, per il suo carattere di fiaccola di resistenza nei confronti di un'urbanistica, quale quella incarnata dal PRG capitolino del 2008, che ha svenduto gli spazi pubblici e si è mostrata incapace di proporre una visione di città che aspiri a perseguire il miglioramento nella qualità dell'abitare e del vivere dei suoi cittadini, il Progetto Fori è oggi ancor più indispensabile. Perchè nel campo dei diritti, come ci ricordava, da ultimo, Ken Loach, bread and roses sono inscindibili.
Eddyburg
15 Gennaio 2015
Progetto Fori: il "bread and roses" dell'urbanistica romana
MA
Maria Pia Guermandi
Eddyburg
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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