Quasi certo il ricorso al Tar. Si profila un lungo braccio di ferro LUCCA. Ha tutta l'aria di portare ad una polemica infinita la decisione della giunta comunale di revocare la concessione dei locali di Palazzo Guinigi, in via S. Andrea, dati all'Associzione degli Amici del Museo storico della Liberazione, per 20 anni, dalla precedente amministrazione. Lì sono custoditi documenti e cimeli del periodo finale della Seconda Guerra mondiale nella nostra provincia, che fanno la gioia dello stuolo di scolaresche, visitatori e turisti che affollano le sale nei rari giorni in cui sono aperte. Pochi giorni all'anno, in occasione di specifiche ricorrenze legate alla Liberazione e alla Resistenza, perché per il resto il Museo non dispone dell'agibilità (temporanea, rinnovata di anno in anno) data invece ai piani superiori del palazzo. La revoca, contro la quale l'Associazione quasi certamente farà ricorso al Tar dopo aver parlato, giovedì, con il difensore civico, viene letta da molti come l'ultimo atto di un contenzioso tra l'amministrazione comunale e il gruppo di persone che gestisce il Museo, diffidenti l'uno verso l'altro. Dopo il vano tentativo abbozzato dai due precedenti assessori alla cultura, Patrizia Favati e Alda Fratello, per trovare una soluzione condivisa, il 30 dicembre è arrivato l'atto che dovrebbe chiudere la storia: la giunta si appella alla clausola che le consente, "a suo insindacabile giudizio", di destinare ad altri usi i locali oggetto della convenzione che può essere rescissa previo preavviso di 6 mesi. Avendo in animo di riorganizzare l'intero sistema museale ospitato a Palazzo Giunigi - dove tra l'altro i locali al piano terra che ospitano oggi il Museo della Liberazione dovrebbero diventare una caffetteria bookshop - l'amministrazione comunale ha deciso di procedere con la revoca. «Non ci hanno nemmeno informati» dicono i gestori che in queste ore stanno valutando come muoversi. Mai hanno visto di buon'occhio l'ipotesi di una fusione tra l'Istituto Storico della Resistenza e il Museo della Liberazione, vista di fatto come un'annessione-estromissione. E sempre l'Associazione ha temuto che dietro la volontà della fusione si nascondesse il tentativo di far prevalere la linea politico culturale dell'Istituto, marcatamente di sinistra, nei confronti di quella dei gestori del Museo che non vogliono piegarsi a questa egemonia culturale, anche se rifiutano decisamente l'etichetta di "destrorsi". Il contenzioso più spinoso resta comunque quello sulla proprietà e la disponibilità dei materiali del Museo. «Sono documenti e reperti di proprietà di alcuni di noi, o lasciati all'Associazione da privati cittadini in donazione - affermano i gestori -. E c'è tutta la parte che curava il prof. Carlo Gabrielli Rosi: era del Museo, ma negli ultimi tempi Rosi l'aveva riportata a casa perché qui in via Guinigi, all'umido e al freddo, non poteva più stare. Oggi ci risulta che quel materiale sia stato preso dal Comune che lo custodisce in altri locali. Ma è nostro». In teoria, il Comune potrebbe entrare in possesso dell'intera collezione, se l'Associazione si sciogliesse, come si poteva prevedere sarebbe avvenuto al termine della concessione ventennale. Senonché il modo con cui si è proceduto alla revoca pare rendere oggi assai poco concreta una ipotesi del genere. Più probabile che l'Associazione decida di spostare altrove il proprio materiale, che altri musei della Liberazione sarebbero tra l'altro felici di accogliere, ad esempio quello della Linea Gotica con cui sono in corso da tempo buoni rapporti. Comunque vadano le cose, scolaresche, visitatori e turisti rischiano di non poter più vedere per lungo tempo le testimonianze della Liberazione di Lucca raccolte nel Museo. A meno che - ipotesi che davvero pare poco percorribile - tra Comune, Istituto Storico della Resistenza e Associazione non si arrivi ad un accordo che unisce teoricamente le attività, lasciandole però su due piani o in due ali contigue, ma separate di Palazzo Guinigi, all'interno delle quali le gestioni conservino ciascuna la propria autonomia. Insomma: collaborazione sì, annessione no. Questa almeno la posizione dell'Associazione amici del Museo della Liberazione.